Tornati alla casa del Padre - Opera don Guanella

Don Carlo Maglia

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)


Nato a Varenna (CO) il 21 luglio 1926
Noviziato a Barza d’Ispra dal 12 settembre 1946
Prima Professione a Barza d’Ispra il 12 settembre 1949
Professione Perpetua a Chiavenna il 12 marzo 1955
Sacerdote a Milano il 26 maggio 1956
Morto a Castel S. Pietro (Ticino) il 28 febbraio 2019
Sepolto nel cimitero di Riva S. Vitale

 

Don Carlo Maglia è uno degli ultimi rappresentanti di quella generazione che ha conosciuto la guerra, che è cresciuto in un mondo contadino dove il lavoro e il sacrificio fanno naturalmente parte della vita e perciò diventano stile con cui viverla, e che ha portato questa esperienza anche nel modo di vivere la Vita Religiosa, fondandola su espressioni importanti ed essenziali, quali la preghiera e il lavoro. Don Carlo nacque a Varenna il 21 luglio 1926, da Ambrogio e Maglia Anna: ultimo figlio dopo tre sorelle. Fu battezzato 4 giorni dopo, a Varenna, nella chiesa di S. Maria Nascente; mentre ricevette la Cresima, sempre a Varenna, dal beato card. Schuster, il 26 maggio 1936. All’età di vent’anni, il 12 settembre 1946, dopo 6 mesi di postulandato, entrò nel noviziato guanelliano di Barza d’Ispra (VA); sempre a Barza emise la prima professione religiosa il 12 marzo 1949. Svolse il tirocinio di educatore dei ragazzi per due anni (1950-52), negli istituti guanelliani di Lecco e poi di Gatteo. Seguirono 4 anni di studi teologici: il 1o ad Anzano del Parco (CO), il 2e 3o nella Casa don Guanella di Chiavenna, dove emise la professione perpetua il 12 marzo del 1955; il 4o anno di teologia lo trascorse presso l’Istituto S. Gaetano di Milano. A Milano ricevette il Diaconato (17 dicembre 1955) e quindi, con altri 5 confratelli guanelliani, fu ordinato sacerdote il 26 maggio 1956, per le mani di mons. G. B. Montini, che diverrà poi papa Paolo VI. Trascorse i primi due anni di sacerdote guanelliano (1956-58), come educatore, nella casa di Fasano in Puglia; quindi altri due di nuovo presso l’Istituto S. Gaetano di Milano (1958-60). Nel settembre 1960 don Carlo fu inviato dai superiori presso l’Istituto S. Pietro Canisio di Riva S. Vitale (Canton Ticino, Svizzera), qui di fatto trascorrerà i restanti 59 anni della sua lunga vita, dedicato alla cura del prossimo, da discepolo di don Guanella. Si inserì nel contesto ticinese con naturalezza ed entusiasmo, gli venne concessa la cittadinanza e, benché acquisito, si sentiva svizzero a tutti gli effetti. Diventando anziano, espresse chiaramente il desiderio di essere sepolto nel cimitero di Riva S. Vitale. Si prese cura del prossimo con uno stile sobrio, essenziale, solido, e perciò senza smancerie, senza protagonismi, ma con un cuore grande. Molto simile al Fondatore in questa rudezza di modi e grandezza di cuore. Un uomo di poche parole, di niente chiacchiere inutili e di molta sostanza, seppe mostrare saggezza, lucido realismo, prudenza, nelle valutazioni e nei consigli che esprimeva. Nei primi 13 anni a Riva (1960-1973) fu educatore e prefetto dei giovani disabili della Casa. In quegli anni, che videro come direttore don Ugo Sansi, l’Istituto S. Pietro Canisio subì una completa ristrutturazione con l’aggiunta di nuovi padiglioni residenziali e scolastici. Dopo che, nel 1973, don Ugo fu inviato a Nazareth, i superiori nominarono don Carlo direttore del Canisio, che tenne l’incarico per 9 anni (1973-1982). Nel 1982-83 fu per un anno a Pollegio con l’incarico di chiudere completamente la presenza guanelliana presso l’Istituto S. Maria, durata 54 anni.
Don Carlo trascorse poi 5 anni (1983-1988) come cappellano della Casa di riposo S. Luigi Guanella di Maggia, avendo come riferimento la comunità del collegio S. Anna di Roveredo (Canton Grigioni). Nel settembre 1988, su invito dei superiori, tornò volentieri a Riva S. Vitale con l’incarico di economo dell’Istituto Canisio. Svolse questo compito sempre con dedizione, affiancandolo col ministero di aiuto pastorale nelle parrocchie di Riva S. Vitale, Capolago e Brusino Arsizio e presso alcune comunità di suore, a Chiasso e a Castel S. Pietro, alle quali garantiva la celebrazione della S. Messa feriale. Nell’ultima fase della sua vita, ha vissuto l’esperienza della dipendenza: è dipeso da una macchina per la dialisi, man mano la sua autonomia è venuta meno, ha dovuto dipendere dagli altri per esser accudito e assistito. Nonostante questo, don Carlo ha vissuto con nobiltà d’animo e molta dignità questa situazione, senza lamentarsi, senza recriminare, sapendo esprimere gratitudine a chi gli era attorno e accanto. In questa situazione di progressiva dipendenza, con il realismo che lo ha sempre distinto, ha capito il tempo e il momento in cui “tirarsi da parte”, in cui dire “non sono più in grado”. Seppe sempre da solo operare scelte senza mettere in difficoltà nessuno: rinunciò volontariamente alla patente di guida quando si accorse che i suoi riflessi si erano rallentati, ridusse gradualmente gli impegni pastorali, all’interno dell’Istituto assunse ruoli di supporto, sempre con la disponibilità, l’impegno e la precisione che lo caratterizzavano e lo ha fatto serenamente, senza tristezza o malumore o senso di inutilità. Quando lo stato di salute non gli permise più di poter vivere in Istituto, si trasferì volentieri alla Casa di Riposo Don Guanella di Castel S. Pietro, dove ospiti e suore poterono così riavere la celebrazione della S. Messa quotidiana. Come ci disse in occasione dell’ultima Messa che celebrò in Istituto, era quello ormai l’unico lavoro che poteva fare e il modo migliore che aveva per starci vicino. Nell’ultimo anno non riuscendo più a celebrare la Messa, si dedicò per tutto il tempo che poteva alla preghiera per le persone che conosceva e a cui voleva bene. Grato al Signore per la vita che ogni giorno ancora gli donava, ma cosciente dell’età e del suo stato di salute, si affidava sereno alla volontà del Signore e aspettava il passaggio, che è avvenuto nel sonno, nelle prime ore del 28 febbraio 2019.

(a cura di don COSTANTINO SALVATORE e don CESARE PEREGO)

 

Don Giuseppe Giannini

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

Nato a Milano, il 16 agosto 1933
Noviziato a Barza d’Ispra, dal 24 settembre 1964
Prima Professione a Barza d’Ispra, il 24 settembre 1966
Professione Perpetua a Vellai di Feltre, il 14 giugno 1971
Sacerdote a Como, il 18 dicembre 1971
Morto a Como, Casa Madre, il 9 settembre 2016
Sepolto nel Cimitero Monumentale di Como

 

El Padre José Giannini nació en Milán el 16 de agosto de 1933. Fue bautizado cuatro días después, el 20 de agosto del mismo año. Recibió la Confirmación el 2 de junio de 1941. Entró al Noviciado de Barza en 1964. Hizo la primera Profesión religiosa el 24 de setiembre de 1966, y la Profesión perpetua el 14 de junio de 1971. Fue ordenado Sacerdote en el Santuario de Como el 18 de diciembre de 1971. Ejerció sus primeros años de misión guanelliana en Milán, Gatteo y Roveredo. Llegó a Argentina el 2 de octubre de 1982 y brindó su servicio Guanelliano en Tapiales y Santa Fe (Argentina, La Piedad y Caaguazú (Paraguay), especialmente en los roles de superior, ecónomo y director de Hogar de Ancianos. El 24 de octubre de 2008, escribió una carta al entonces superior provincial, P, Sergio Rojas, diciendo que después de 26 años de actividad en la Provincia Cruz del Sur (Argentina-Chile-Paraguay), deseaba terminar su vida en su tierra natal, cerca de sus queridos y con una actividad adaptada a su edad y con el idioma italiano. Pasó oficialmente a la Provincia Sagrado Corazón el 10 de enero de 2009. Falleció en Como, luego de una prolongada enfermedad, el 9 de setiembre de 2016, a la edad de 83 años. Al recordar a un ser querido en ocasión de su regreso a la Casa del Padre, generalmente resaltamos las cosas lindas de su vida. El P. José tuvo defectos como todo ser humano, sin embargo para los que lo conocimos y disfrutamos de su paternidad y fraternidad, afirmamos que fue un hombre bueno, y es lo esencial. Llamado por el Señor en una vocación adulta, guanelliano religioso y sacerdote, típico pionero en tierras latinoamericanas. Me encontré con él en Chiavenna, compartiendo la etapa de formación teológica a fines de 1970 y en 1971; él un año adelante. Al padre José le costaba un poco el estudio, pero era un hombre muy práctico y se las ingeniaba en los trabajos manuales, arreglando lo que se rompía en casa. A lo largo de su vida, se mostró un incansable trabajador, ecónomo muy ahorrativo, ayudando a la Providencia, sin miedo al sacrificio especialmente en los grandes calores del verano, hasta en el trabajo de la tierra y cuidado de los animales, recordando especialmente su paso por La Piedad y Caaguazú, en Paraguay. No tuvo miedo de ir a Caaguazú en los comienzos de la obra guanelliana en ese territorio, enfrentando los sacrificios propios de los comienzos cuando no había casi nada y muy distante de las otras casas guanellianas. Resalto el aspecto humano que es la base para ser un buen pastor y samaritano compasivo; si bien un poco rústico y con un estilo asimilado en su paso por el ejército, firme en sus ideas con sentido práctico, sabía aconsejar y estar al lado de la gente necesitada, en la comunidad religiosa tenía un trato sencillo y pacífico, a veces rezongón, pero no de mal trato, ni iracundo o enojadizo. Numerosas anécdotas pueden contar los que compartieron con él la vida común, tanto los jóvenes que estaban en el seminario como los cohermanos de la comunidad religiosa; anécdotas graciosas y simpáticas por su forma de ser bastante sobria y por su forma de expresarse, ya que entremezclaba el castellano con el italiano y no se hacía problemas en su trato con la sociedad y en las homilías. Ha dejado un buen recuerdo en la gente por su calidez humana, su preocupación por los asuntos de la casa y su actividad pastoral, como un buen padre. En el aspecto de su ministerio sacerdotal, no obstante sus limitaciones en la lengua castellana y con modesta preparación, no bajaba los brazos, estando disponible a todos los servicios litúrgicos y sacramentales, en ambiente de seminario, de Hogar de ancianos, de parroquias y capillas, hasta en las regiones donde la gente hablaba el idioma guaraní. Nos imaginamos la sopa de palabras que hacía, pero se hacía entender por su apertura y amabilidad para con todos. Como decía al principio, representaba al típico cohermano italiano, pionero en tierra latinoamericana, con una espiritualidad sencilla y profunda, pobreza franciscana, pureza de corazón, amor a la Congregación y a los pobres, y férrea voluntad para el trabajo, ganándose el pan y confiando en la Providencia Divina. Cuentan los cohermanos que compartieron sus últimos años con él en Como, que en su penosa y larga enfermedad, trataba de no molestar, sufría con paciencia los dolorosos tratamientos para contrarrestar sus males físicos, y siempre estaba disponible para las confesiones en el Santuario del Sagrado Corazón, hasta que le dieron las fuerzas. Un hombre tan activo y con sentido práctico, supo aceptar los límites de la enfermedad que lo obligaron a cambiar el ritmo de vida, a su regreso de América Latina. Creo que todos los que lo hemos conocido coincidimos que ya tenemos otro santo en el Cielo que intercede por nosotros. Gracias padre José por tu ejemplo de vida, por tu coherencia en el seguimiento de Jesús y en la entrega al Pueblo de Dios, como buen Siervo de la
Caridad.

P. CARLOS BLANCHOUD

 

Don Attilio Molteni

 

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

 

Nato a Lurate Caccicio (CO) il 2 febbraio 1947
Noviziato a Barza d’Ispra il 24 settembre 1963
Prima Professione a Barza d’Ispra il 24 settembre 1965
Professione Perpetua a Como il 24 settembre 1972
Sacerdote a Como il 14 aprile 1973
Morto a Genova il 16 ottobre 2020
Sepolto nel cimitero di Genova

 

Don Attilio Molteni nasce il 2 febbraio 1947 a Lurate Caccivio, provincia di Como e diocesi di Milano. I genitori, Ugo e Augusta Cattaneo, lo accolgono come l’ultimo di 3 figli e pochi giorni dopo la sua nascita, precisamente il 9 febbraio, lo portano al fonte battesimale della chiesa parrocchiale della SS. Annunciata di Caccivio, dove viene generato alla grazia e diventa figlio di Dio con il sacramento del Battesimo. Sempre lì, l’8 agosto 1953, riceverà il sacramento della Cresima per mano del Cardinal Schuster, Arcivescovo di Milano. Un suo breve scritto, redatto nella fase adulta della vita, quando con sguardo retrospettivo egli osserva lo svolgersi della propria esistenza, ci offre uno spaccato abbastanza profondo per comprendere il nascere e lo svolgersi della sua vocazione. Don Attilio scrive così: «Parlare della mia vocazione è raccontare una storia d’amore ed è soprattutto ringraziare. Ringraziare Dio per la fede. Via via che in me la fede è diventata più profonda, scelta e libera, consapevole e decisa ho compreso sempre più a fondo l’amore di Dio. È cresciuta in me spontaneamente la necessità di corrispondere a questo amore. Un amore che ti cambia, ti scuote e rinnova dentro, donando all’uomo l’autentica consapevolezza di quello che è chiamato ad essere. È aumentata l’esigenza di stare con Dio nella preghiera. Ho sperimentato che quanto più si sta con lui, tanto più lo si conosce e non si può fare a meno di testimoniarlo nella vita. Dio è diventato il fondamento della mia vita. Ringraziare dicevo... La mia famiglia, i miei genitori e i miei fratelli che nella quotidianità sono stati i primi testimoni del Signore. Quanto è importante la famiglia! Me ne rendo conto nel lavoro: quasi tutti ragazzi in difficoltà hanno la radice del loro disagio nella famiglia in crisi... Grazie Signore per la famiglia che mi hai donato, grazie per tutti coloro che ho incontrato per chi mi è di esempio, di sprone e di guida. Ci sono i sacerdoti, i religiosi e le religiose, gli amici tutti». Il clima di umanità ricca e di fede respirato in famiglia costituisce quindi il terreno fertile per la maturazione, in lui, della vocazione alla vita sacerdotale e religiosa e così, nel 1958, entra nel seminario minore di Anzano del Parco, in provincia di Como, come aspirante. Il suo cammino appare lineare: intraprende il noviziato, a Barza d’Ispra, in provincia di Varese, il 24 settembre 1963 ed emette la prima professione esattamente 2 anni dopo, il 24 settembre 1965. Concluso il liceo, sempre a Barza, ed intrapresi gli studi teologici presso il seminario diocesano di Como, si consacra definitivamente al Signore nella congregazione guanelliana il 24 settembre 1972 con la professione perpetua. Questi anni di formazione il giovane Attilio li vive alternando la frequenza continuativa alle lezioni e lo studio delle materie teologiche con l’assistenza giornaliera ai ragazzi del collegio di Como, non tirandosi indietro di fronte ai sacrifici che una simile impostazione di vita comporta. A Como, nel Santuario del Sacro Cuore, diventa diacono il 24 ottobre 1972, festa del Fondatore, e successivamente, il 14 aprile 1973, viene ordinato sacerdote. Ambedue le celebrazioni vengono presiedute dal vescovo di Como di allora, monsignor Teresio Ferraroni. Inizia il suo ministero sacerdotale a Como come prefetto, sempre in quel contesto di collegio che gli era stato familiare già da studente di teologia, nel segno quindi della continuità. Gli vengono affidati i bambini delle elementari. È nominato vicepreside della scuola interna e questo gli consente di poter impostare il lavoro educativo, dando spazio ai valori della tradizione guanelliana. Del resto la stoffa di educatore non gli manca: spesso a don Attilio basta uno sguardo ed una parola chiara per farsi intendere, e tutto ciò si unisce ad un tratto di semplicità e soprattutto ad una bontà di cuore che lo rendono una persona amabile agli occhi dei bambini con cui vive, anche se a volte il suo comportamento tradisce una certa irruenza che gli è connaturale. Memorabili poi in quegli anni, a detta di tanti suoi ragazzi ora diventati uomini, i periodi di vacanza estivi trascorsi a Gualdera, all’epoca colonia alpina in gestione alla Casa di Como: sono per don Attilio occasioni nelle quali egli trasmette la sua passione per la montagna, come si vedrà anche più avanti. Nel 1978 passa all’Istituto San Gaetano di Milano. Questa sarà un’esperienza lunga, più che trentennale, che lo segna e segna inevitabilmente, in bene, le persone che lo accostano. All’inizio, come educatore ed assistente, segue i minori interni ed esterni di quel centro educativo, stabilendo relazioni significative e durature nel tempo con i ragazzi ed i loro genitori; sul finire della sua permanenza milanese sarà chiamato dai superiori a mettere da parte i ragazzi ed a dedicarsi di più a questioni legate all’economia ed all’amministrazione della Casa. Degna di nota è la passione che mette in atto, nelle uscite estive e invernali, per la casa di vacanza di Alagna, in provincia di Vercelli, ai piedi del Monte Rosa. Una dedizione, questa per Alagna, destinata a durare e a rafforzarsi nel tempo, soprattutto quando, dopo la ristrutturazione avvenuta all’inizio degli anni Novanta, ne diviene il responsabile, dapprima insieme ad un altro confratello, don Alfredo Rossetti, e poi, dopo il trasferimento di quest’ultimo, unico referente. Su Alagna don Attilio riverserà il meglio delle sue capacità, dedicandovi tempo e passione, e radunando attorno a sé amici e parenti che, a titolo di volontariato, lungo il corso degli anni, la seguono e la promuovono. Dopo 34 anni di permanenza a Milano, nel 2012, i superiori lo chiamano al compito di economo della nostra Casa di Barza d’Ispra, nel varesotto. Non è facile, per don Attilio, lasciare un posto nel quale è stato tanto e per il quale ha dato tanto, e questo è pienamente comprensibile, ma egli accetta di buon grado: lo attende un servizio a favore degli anziani di una RSA, di un centro di spiritualità e di varie altre attività che quella realtà porta avanti, e che svolgerà con la consueta dedizione e precisione. Passano solo 2 anni e nel 2014 “l’obbedienza” bussa ancora alla sua porta. Questa volta la destinazione è Genova e ad attenderlo vi è la missione di superiore della comunità per minori, il suo primo amore, presso la Casa dell’Angelo. Si inserisce con dedizione ed entusiasmo in questo contesto, in barba alla sua non più giovanissima età, ricevendo l’amicizia e la stima dei ragazzi, degli operatori e dei volontari di quella struttura. Si spende tantissimo per la sistemazione esterna della casa in occasione del centenario della morte di san Luigi Guanella e più recentemente per la realizzazione della nuova lavanderia e foresteria per i confratelli. Nel 2018 apprende di essere messo alla prova da una grave malattia. Già la patologia si era presentata negli anni Novanta, ben contrastata. Sulle prime anche stavolta don Attilio sembra riuscire a far fronte all’avanzata del male, ma successivi esami svolti sul finire dell’estate 2020 rilevano una situazione in aggravamento. Un forte desiderio di non pesare sugli altri lo porta ad occultare l’esito degli esami un po’ a tutti, nel settembre 2020; solo successivamente ha condiviso coi confratelli e i parenti la situazione. Malgrado le cure debilitanti, fino alla settimana precedente alla morte non ha mai smesso di trascorrere molte ore nel suo studio per seguire la Pia Opera, i rapporti coi benefattori e con la Chiesa locale. Lo scorso 7 ottobre ha ricevuto alla Casa dell’Angelo il Sindaco di Genova, dottor Marco Bucci, in visita per l’apertura dell’anno celebrativo del 70o anniversario della Casa. Un incontro nel quale il sindaco ha ringraziato l’Opera Don Guanella per la sua presenza in città fra i poveri e i minori in difficoltà. Esempio di tenacia, dedizione e passione, don Attilio ha desiderato con forza concludere la sua vita terrena tra i suoi ragazzi di Genova, anche quando i parenti e i superiori gli consigliavano – insistendo anche un poco – di avvicinarsi alla casa natale: lui a costoro diceva sempre la sua casa è a Genova. E così è stato! Nell’omelia funebre il Superiore provinciale, don Marco Grega, ha ricordato che don Attilio, soprattutto nell’ultimo mese di vita, ha sicuramente provato il turbamento dell’anima, soprattutto dopo la sospensione delle cure, quel turbamento che si prova quando si avvicina la fine e di cui anche Gesù ha fatto esperienza, così come è stato proclamato nel Vangelo «... ora l’anima mia è turbata...». È il turbamento che si prova di fronte alla morte, quel turbamento per cui si percepisce la paura, si teme la solitudine, spaventa la sofferenza. Don Attilio ha vissuto questo turbamento anzitutto con l’umiltà di mostrarlo e di non nasconderlo, cioè con la richiesta di non essere solo nel viverlo, chiedendo e donando vicinanza e affetto a chi gli era vicino. E poi con la forza di attraversarlo un poco alla volta, compiendo dei passi coraggiosi e che rivelano in lui la consapevolezza di quanto gli stava capitando, anche senza esprimerlo verbalmente. Ha voluto recarsi dai suoi familiari, pochi giorni prima della sua morte, pur in condizioni fisiche molto provate, per salutarli, li ha salutati ma non ha voluto essere di peso... ha chiesto di confessarsi il giorno prima della sua morte con un confratello amico... ha ricevuto da buon cristiano l’unzione degli infermi. Non ha fatto tanti discorsi compiendo questi passi, ma li ha fatti e li ha fatti con il suo stile a volte un po’ burbero ma sempre carico di umanità. Quando già la malattia si era manifestata, parlando della sua vocazione don Attilio ha scritto: «A Maria presento questa mia vocazione, la mia vita ed unisco il mio “fiat voluntas tua” al suo». Si può senza ombra di dubbio affermare che quanto san Paolo ha detto nella prima lettura a proposito della corruttibilità del nostro corpo (Si semina corruttibile e risorge incorruttibile... si semina debole e si risorge pieno di forza), don Attilio lo ha sperimentato direttamente nel suo percorso di infermità.
Si è spento venerdì 16 ottobre alle 8.30, nella sua camera della Casa dell’Angelo di Genova, circondato dall’affetto dei suoi confratelli, ragazzi e parenti. Sì, i parenti. A conclusione del funerale gli hanno dedicato una bellissima testimonianza, attraverso le parole lette da una nipote: Ciao don, è difficile salutarti, senza di te perdiamo un punto di riferimento. Sei stato sempre presente. Era importante celebrare insieme i sacramenti che scandivano le tappe importanti della vita di ciascuno. Hai saputo stare vicino a tuo fratello e a tua sorella nella loro malattia. Nelle diverse case in cui hai abitato, ti sei guardato intorno e hai sempre desiderato che l’ambiente fosse bello, curato e accogliente. E questo input era la scusa – o meglio l’occasione – per chiamare a rapporto tutta la famiglia perché qualsiasi lavoro necessitava di diverse competenze e molte braccia. E così noi abbiamo avuto l’occasione di passare molto tempo insieme e di spendere quel tempo a servizio degli altri, di chi avrebbe vissuto in quelle case. Dopo il lavoro non mancava la S. Messa in cui ritrovarci intono all’Eucarestia, ascoltando le tue veloci prediche fatte di parole essenziali.
Non potevano mai mancare i generi di conforto durante i lavori per sostenere lo spirito dei lavoratori! E non possiamo dimenticare le serate passate a giocare a carte! Non sono mancati i rimproveri, il tuo lato più burbero, ma sapevamo che nascondeva il tuo cuore buono.
Come don Guanella amavi la montagna e hai condiviso questa tua grande passione con i tuoi nipoti. Ci hai testimoniato che si può trovare Dio nella montagna, nella famiglia e nel servizio ai fratelli. Continueremo ad incontrarLo lì, continueremo ad incontrarci lì.
Che tu possa vivere eternamente nella gioia di Dio! Grazie don!
Don DAVIDE PATUELLI

 

Un pensiero del Superiore Generale Don Umberto Brugnoni:

"Caro don Attilio,
A nome anche del Consiglio generale ti rivolgo il saluto della tua Congregazione in questo giorno che per te segna l’inizio dello stare alla presenza di Dio e partecipare del Banchetto eterno preparato dal Padre per i suoi figli fedeli.
Grazie per quanto di bello e di grande hai saputo comunicarci con la tua vita di uomo e di religioso. Sono stati messaggi che il Buon Dio ci ha voluto far giungere attraverso di te. La tua serenità, il tuo desiderio di ordinare per importanza e valore le situazioni da affrontare, lasciando cadere le secondarie, il tuo sorriso che sapeva apparire sul tuo volto anche dopo momenti di tensione, la tua disponibilità a stare dove l’obbedienza di poneva impegnando particolare sforzo a orientare il tuo carattere e offrendo la ricchezza delle tue capacità per i confratelli, i nostri destinatari e le strutture dove sei stato, possono diventare anche per noi inviti ad una maggiore presa di coscienza del valore della nostra disponibilità al servizio.
Insieme ai giovani della Casa dell’Angelo di Genova esprimo anch’io la gratitudine per quanto hai saputo testimoniare in questi ultimi tempi vivendo il dolore e la prova della malattia. Grazie don Attilio! Sei stato un bravo Servo della Carità che ora aspetta dal Padre celeste la ricompensa della vita eterna accanto a Lui.
Insieme ai tuoi parenti che già vivono l’eternità vorrei che oggi in Paradiso ti accogliesse anche Achillus, il nostro giovane chierico, che proprio nella sua esperienza di servizio ai fratelli nella casa dell’Angelo ha vissuto l’incontro con il Dio della vita.
Riposa in pace, don Attilio, e dal cielo aiuta anche noi a fare tutto il bene che è nelle nostre possibilità di fare e a parlare al mondo di Gesù Cristo più con la vita che con le parole.
Intercedi per noi!"

 

Don John Bosco Arockiasamy

 

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

 

Don John Bosco era nato a Keelaneduvai in India il 13 giugno 1958 da papà Arockiasamy e da mamma Regina Mary. Aveva ricevuto il dono del Battesimo nella parrocchia di Thennur il 01/04/ 1959 e quello della Cresima a Keelaneduvia il 04/02 1972.
Nel 1986 entra nella nostra Congregazione dei Servi della Carità, come prima vocazione dall’India, con il postulandato fatto a Roma nel Seminario Mons. Bacciarini e successivamente con il noviziato vissuto a Cassago Brianza nel 1987. Emette la sua prima professione religiosa sempre a Cassago Brianza l’08/ settembre del 1988 e quella perpetua a Roma nel seminario teologico il 07 ottobre 1991.
E’ ordinato sacerdote in India nella sua parrocchia di Thennur il 19 dicembre del 1991, festa della nascita del Fondatore, come benedizione vocazionale per l’Opera don Guanella in India. Si è poi licenziato in Diritto canonico presso l’Università Urbaniana di Roma.
Incomincia la sua missione nella sua terra rivestendo diversi e delicati incarichi: Parroco nella prima parrocchia guanelliana Sagaya Matha in Cuddalore; Superiore del seminario minore di Cuddalore; Padre Maestro dei novizi a Bangalore; Superiore della nuova Delegazione Divine Providence; Economo del Centro Studi Guanelliani a Roma; Parroco della parrocchia dedicata alla Madonna della Divina Provvidenza in KumbaKonam. Il suo ultimo incarico è stato quello di direttore spirituale nel seminario minore di Cuddalore e direttore del Centro Studi guanelliano in India.
Sorella morte lo ha chiamato a partecipare del Banchetto eterno la sera del 27 maggio scorso nello stesso giorno della morte di un altro pioniere della missione in India don Thanasekar.
Il suo corpo in attesa della Risurrezione riposa nel cimitero di Nettalacurici suo paese accanto ai genitori e alla amata nonna.

 

Don Ezio Canzi

 " ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

Dal Superiore Generale:

"Cari amici mercoledì scorso, delle Ceneri, il Signore ha chiamato a vivere accanto a se il nostro confratello don Ezio Canzi, di anni 73.

Leggendo in questi giorni tutto il materiale presente nella sua cartella nell’archivio della Curia generalizia ho avuto una idea più completa e poliedrica della figura di don Ezio. Ho potuto seguire l’evolversi del suo percorso formativo dalle prime tappe del seminario minore di Anzano del Parco (CO) fino alla teologia a Roma. Attraverso il giudizio annuale dei vari formatori che lo hanno seguito ho toccato anch’io con mano l’azione dello Spirito che lo ha forgiato nella sua volontà e nel progetto della sequela di Cristo, facendogli superare scogli iniziali di permalosità, chiusura in se stesso, incapacità di mettere a frutto i bei doni del Signore. Piano piano, anno dopo anno, ho assistito anch’io al martellare dello scalpello sulla pietra grezza fino ad evidenziarne l’immagine che Dio già fin dall’inizio aveva posto in lui, ma che solo col tempo e l’azione umano-divina è stata portata a scoprimento. Benedetta formazione! Benedetto il tempo di cammino che la chiesa fa dedicare ad ogni giovane, come discernimento, accompagnamento, consolidamento e purificazione di una filigrana posta da Lui nel cuore di ogni essere creato, non visibile all’inizio del cammino, ma contemplabile nella sua bellezza, lucentezza, e preziosità alla fine, alla meta conclusiva del processo formativo. Tutto questo è visibile nel percorso formativo di don Ezio!
Ricco di queste prerogative scoperte, fatte proprie, nel 1977 con l’ordinazione sacerdotale, don Ezio affronta il ministero subito chiarendo a se stesso e agli altri che sarebbe stato un ministero vissuto a servizio dei più poveri, dei “Beniamini della Provvidenza” come li chiamava don Guanella.
Ed è in questo ambito specifico che la sua vita ha scritto pagine di umanità, di condivisione, di passione e vera dedizione per gli ultimi. Anche le foto che abbiamo di lui sono tutte scattate con e tra i nostri Buoni Figli. Lui stesso nella sua domanda alla professione perpetua scrive al Superiore generale: “ Ringrazio don Guanella, che mi permette di vivere questa vita religiosa per i più poveri, e chiedo a Lui aiuto e forza per essere perseverante in questa scelta”(Domanda per la professione perpetua, 28/02/1977) .
La sua vita di sacerdote guanelliano lo porta a ricche e sofferte esperienze missionarie, lontano da sua madre, che comunque lo segue dovunque, lontano dalla sua Patria, dal suo Paese, Sovico, tanto amato fin da riprodurre il suo nome in tante esperienze di solidarietà realizzate lontano, nel mondo guanelliano che abbraccia i cinque continenti. E così un paese relativamente piccolo davanti al mondo e poco conosciuto, come Nazareth, diventa notizia bella, amato e ricordato in Africa, in America Latina e in tutte quelle tappe vissute e amate dalla missione di don Ezio.
I poveri non devono stare solo al centro delle nostre case, ma al centro del nostro cuore!
È la descrizione della sua pastorale: i poveri, gli ultimi, al centro, protagonisti principali, don Guanella aveva detto “padroni di casa” mentre noi siamo solo i loro servi.
Fin dagli anni della formazione li ha incontrati e serviti ad Aguilar de Campoo, in Spagna, dal 1972 al 1974 e poi, dopo l’ordinazione sacerdotale, li segue nel trasferimento a Palencia nella Villa San José dal 1977 al 1990. Quanta storia gustosa, serena, coinvolgente, edificante i suoi compagni di cammino raccontano di questi anni passati alla Villa San José.
“Tutto il mondo è Patria vostra e la vostra Patria è dove c’è Dio”. Questa frase di don Guanella è stata più volte coniugata da don Ezio nella sua disponibilità alla missione. Rientrato dalla Spagna dal 1991 al 1994 è in Africa, a Nnebukwu per iniziare l’avventura dell’Opera don Guanella nel continente africano. Senza conoscere bene l’inglese, ma con lo spirito del missionario che gli ardeva nel cuore va, sorregge don Giancarlo Frigerio nelle prime battute del discernimento del luogo e della modalità della nostra presenza in Africa. Quante fatiche, sofferenze, umiliazioni, fame, sì anche fame fratelli! E i suoi racconti di quegli anni, pur mettendo in evidenza anche questi aspetti di difficoltà, erano sempre spassosi, evidenziavano con pennellate più dense di colore ciò che nel loro cuore era coltivato come attesa, speranza di un futuro migliore, promettente, magari anche gestito da altri, come praticamente poi sarà. E la prima nostra Opera a Nnebukwu è stata un Centro per disabili.
La missione logora fisicamente e allora c’è un rientro in Italia nel 1994 per rifarsi un poco, ma non con le braccia incrociate, ma a Tirano, presso il santuario della Madonna, dove l’opera don Guanella aveva un Centro per disabili nel vecchio palazzo del San Michele. Vi rimane un anno solo e poi riparte. Questa volta per il Chapas in Guatemala nella Aldea Santa Rosa a 80 Km dalla Capitale. Qui la lingua spagnola lo sorregge di più. Fonda con don Enrico una nuova nostra presenza. Ho visto personalmente dove i confratelli vivevano nel tempo iniziale prima della costruzione della nostra casa guanelliana. Un retro sacrestia umido, poverissimo, abitato anche dai topi, ma comunque all’ombra della parrocchia dedicata alla Immacolata Concezione, Madre anche di quel popolo povero e bisognoso a cui erano stati mandati e dal quale erano stati accolti con tante premure e affetto, come fratelli. Dal Guatemala un salto di un anno in Colombia a Floridablanca. Anche qui Centro per disabili e Casa di orientamento vocazionale. Poi di nuovo in Italia. Dopo 21 anni di sacerdozio don Ezio viene mandato dai Superiori nel 1998 a Cassago Brianza come coordinatore delle attività socioeducative della Casa. L’Istituto Sant’Antonio che accoglie un Centro diurno per disabili, e alcuni gruppi-comunità sociosanitari. Nel settembre del 2003 il suo Provinciale lo invia come Direttore delle attività in un’altra comunità per disabili, quella di Lora Casa di Gino. Vi rimane 10 anni, intensi, animatore del settore disabili, entusiasta di stare con i suoi prediletti. Vi celebra il 25 di sacerdozio: indimenticabile tappa di riconoscimento da parte dei suoi ragazzi del suo valore di uomo e di fratello maggiore. Ma ad attenderlo in questa fase del suo ministero c’è anche la prova, la sofferenza soprattutto fisica. Come si dice tra noi, ne esce con le ossa rotte, meglio con i reni compromessi. Deve essere mandato nella nostra Casa di Nuova Olonio perché la preoccupazione per il suo stato di salute era molto alta, addirittura si temeva il peggio. Vederlo già camminare con il bastone era una vera tristezza. La tempra era stata provata dalle esperienze missionarie iniziali e le conseguenze si erano addensate nei suoi reni non più capaci di filtrare nel migliore dei modi.
Ma può un carattere così forte ed esigente arrendersi davanti ad un problema sì grave, ma certamente non tale da impedirgli altra attività ed esperienza pastorale?
La proposta di un suo amico, don Fabio Pallotta, che stava iniziando una nuova esperienza pastorale in Galizia, ad Arca, sul cammino di Santiago di Compostela, è la scintilla che lo rimette in piedi. Superate le difficoltà iniziali di salute affronta la nuova missione, ancora una volta in Spagna, ma come pellegrino sulle strade che portano al Signor Santiago, a San Giacomo. Era l’ottobre del 2010 quando l’Opera don Guanella inaugurava la nostra presenza ad Arca nella parrocchia di Santa Eulalia. Ero vicario generale in quel momento e a me il Superiore aveva dato l’incarico di seguire questa comunità nascente. Ricordo molto bene che presentando al Vescovo di Santiago, Mons. Julian Barrio Barrio i nostri confratelli, avevo detto scherzosamente che la Congregazione offrire all’Arcivescovo un confratello e mezzo, alludendo alla salute precaria di don Ezio. Ma San Giacomo ha fatto il miracolo. Dieci anni di servizio pastorale nelle comunità affidate alla nostra Congregazione, pur con tante attenzioni e premure di don Fabio e della gente del luogo, ma con serenità, gioia di vivere ed essere utile al popolo di Dio. La gente lo ha accolto, conosciuto, amato, stimato come un padre, un amico, un fratello maggiore che sapeva ridere ed essere severo quando occorreva. Sempre disponibile per il ministero, per la visita agli ammalati, per la catechesi. So che nel suo cuore c’era un desiderio: aprire anche qui una Casa per i suoi prediletti, i disabili e forse sognava proprio di chiudere gli occhi, da buon nonno, tra questi figli che lui ha sempre amato e difeso e loro lo aveva sempre contraccambiato con l’affetto che rigenera la stanchezza e i dolori in chi vive loro accanto. Chissà che un domani qualcun altro potrà realizzare questo suo sogno e a lui dedicarlo!
Il titolo dell’articolo suona “il vescovo dei poveri”; glielo avevano dato loro, i suoi ragazzi, quando al suo 25 di sacerdozio gli avevano regalato come segno del loro amore: una croce pettorale, un anello e una veste rossa. Gli volevano un mondo di bene e cosa potevano coltivare nel loro cuore questi suoi figli e amici se non che anche il loro “don” arrivasse alla pienezza del sacerdozio, l’episcopato? Don Ezio era avulso da questi riconoscimenti, stava alla larga, avrà fatto delle fragorose risate davanti a questa trovata, ma poi pensando che erano i loro auguri, scherzosi sì, ma sinceri li ha accettati e li ha commentati con gioia nel suo discorso proprio del 25 anniversario di sacerdozio. “La mia carriera è stata quella di vivere e stare con le più alte autorità della chiesa e soprattutto del Vangelo: i poveri, le persone che sono portatori di capacità differenti e che chiamiamo disabili psichici….Ho veramente goduto in questi anni di stare con loro!......Ho avuto dei riconoscimenti: ho sul petto una croce d’oro con dei diamanti che sono tante piccole e tenere testoline di questi portatori di qualità differenti che si sono appoggiate sul mio petto e sul mio cuore….Ho anche un anello al dito che col tempo non riesco più a togliere ed è diventato un segno di continuità per le tante mani che hanno trovato le mie, per il sostegno al loro difficoltoso camminare, per dispensare alimenti a chi doveva essere imboccato e per la preziosità dei corpi che ho lavato, curato, vestito…….Mi dimenticavo della veste rossa che posso portare! Il rosso è il colore del sangue, della vita, dell’amore. Quanta vita e quanto amore ho ricevuto da queste persone che chiamiamo deboli mentali e che sono invece forti. Forti nel volere vivere pienamente la vita, capaci di non perdere nessuna sfumatura e forti per la profonda conoscenza dell’amore, della relazione, della comunione…Mi sono pienamente appagato, realizzato come sacerdote religioso guanelliano e grazie alla carriera ecclesiastica ora anche come “vescovo dei disabili”. Ringrazio il Signore per tutto e per avermi chiamato a servire loro i migliori dell’umanità” (Lettera di don Ezio Canzi per il 25° di sacerdozio, 2002).
Grazie don Ezio per il tuo passaggio rapido, ma sostanzioso, nella nostra storia di uomini e di guanelliani. Raccogliamo la tua eredità di premura e vicinanza agli ultimi che, poi, sono “i primi” del Vangelo. Don Guanella è fiero di te e saprà, nell’incontro eterno, rivestirti della veste nuziale adatta per partecipare al Banchetto che Dio ha preparato fin dalla eternità per chi lo ha amato e servito nei più poveri."

P. Umberto

 

 

 

Don Luigi Alfano

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

Nato a Milano, il 24 aprile 1938
Entrato ad Albizzate, l’11 ottobre 1958
Noviziato a Barza d’Ispra, dal 24 settembre 1959
Prima Professione a Barza d’Ispra, il 24 settembre 1961
Professione Perpetua a Barza d’Ispra, il 24 settembre 1967
Sacerdote a Como, il 21 dicembre 1968
Morto a Como, il 28 dicembre 2016
Sepolto nel cimitero di Saronno (MI)

 

Don Luigi Alfano nasce a Milano il 24 aprile 1938, figlio di Angelo e di Maria Uboldi, secondo di cinque figli. Qualche settimana dopo la sua nascita, esattamente il 15 maggio, riceve il sacramento del Battesimo nella parrocchia di Santa Maria Annunziata alla Chiesa Rossa, dove gli sarà anche amministrata la Cresima, il 15 maggio 1946, per le mani del cardinal Schuster. La famiglia Alfano conosce le traversie della guerra, e da sfollati riparano dapprima a Cerro, paese di mamma Maria, poi approdano a Saronno, ove la famiglia metterà le sue radici. Luigi coltiva fin da adolescente il desiderio di diventare prete ed entra nei seminari milanesi. Il seme della vocazione religiosa, del resto, è ben presente in famiglia, come attestano le sorelle Giuseppina e Chiara, che si consacreranno rispettivamente nelle Infermiere di San Carlo e nelle Orsoline di San Carlo. Ad un certo punto il giovane Luigi lascia il seminario diocesano ed entra nell’Opera Don Guanella. Aveva sentito parlare in famiglia dei guanelliani, soprattutto da parte di papà, ex allievo del San Gaetano di Milano. All’interno di questa casa vive anche alcune esperienze a contatto con gli ospiti. Intraprende quindi il suo cammino formativo ad Albizzate, in provincia di Varese, nel 1958, per poi passare a Barza d’Ispra, sempre nel varesotto, ove inizia il noviziato il 24 settembre 1959 ed emette la prima professione religiosa il 24 settembre 1961. Porta successivamente a compimento gli studi teologici nella casa di Chiavenna: lì emetterà i voti perpetui il 24 settembre 1967. Riceve l’ordinazione diaconale nel Santuario Sacro Cuore di Como il 25 ottobre 1968 e diventa prete nella Cattedrale di Como il 21 dicembre 1968, per le mani e la preghiera consacratoria del vescovo Bonomini. Le prime obbedienze lo portano in terra di missione. È infatti a Rancagua, in Cile, dal 1969 al 1972, poi in Brasile dal 1972 al 1976. Rientra in Italia, nella Casa Madre di Como, e si mette a disposizione dei bisogni della Comunità e del Padre Provinciale di allora, senza rinunciare ad impegni pastorali esterni, in diocesi di Milano ed in diocesi di Lugano. È parroco per un anno, dal 1996 al 1997, della parrocchia di Sozzago, in diocesi di Vigevano, poi lo troviamo in Svizzera, a Maggia, come cappellano delle nostre Suore, dal 1997 al 1999. Rientra nella Casa Madre di Como nel 1999, dove risiederà ininterrottamente negli anni a venire. Minato dalla malattia nell’ultimo tratto della sua esistenza, lascia questa terra il 28 dicembre 2016, circondato dall’affetto dei suoi cari. Dotato, come lui stesso riconosceva, di un carattere un po’ impetuoso, lo ha sempre contraddistinto un’innegabile vena artistica, che esprimeva soprattutto nella pittura su legno con il pirografo, dando origine a diverse decine di opere a soggetto religioso di pregevole fattura. La sua stanza era anche il luogo in cui riposare, ma anzitutto e soprattutto il laboratorio ove creare dipinti e raffigurazioni sacre, e galleria di esposizione delle sue creazioni. Alla sua morte solo in camera se ne contavano più di 200. Anche in altre nostre Case della Provincia Sacro Cuore, sono presenti molte sue opere che esprimono questa sua capacità artistica e creativa ed un particolare modo di esprimere la sua fede. Alcuni soggetti gli erano particolarmente cari: insieme a don Guanella e alla Madonna della Provvidenza lo hanno sempre particolarmente ispirato la rappresentazione del Natale e della Sacra Famiglia. Vale la pena ricordare l’esperienza della malattia, che don Luigi ha vissuto in questi ultimi anni e soprattutto in questi ultimi mesi. Essa l’ha progressivamente limitato e inabilitato, ma anche raffinato e addolcito in quegli aspetti irruenti del suo carattere, che lui stesso riconosceva. La malattia ha costituito la preparazione ultima all’incontro con il Padre, nonché momento di purificazione. I confratelli e i familiari che gli sono stati accanto hanno visto e condiviso la sua fede in questi momenti, una fede in cui le sue particolari devozioni (al Sacro Cuore di Gesù, a San Giuseppe) hanno scandito e accompagnato lo scorrere dei giorni con frequentissime invocazioni, ed hanno sorretto una serenità sempre più viva nell’approssimarsi dell’incontro con il Signore. Per ciascuno di noi la vita è un cammino incontro al Signore, nella tensione ad una comunione e ad un desiderio di felicità e di bene che sono radicati nel profondo del nostro cuore e che nell’incontro con il Risorto trovano la loro pienezza, al di là delle nostre contraddizioni e dei nostri limiti. Di questa pienezza don Luigi ora si allieta per sempre, in una comunione di amore nella quale tutto è trasfigurato. Ed è bello pensare che in questa comunione don Luigi ha incontrato i suoi genitori, per i quali ha sempre nutrito una grande venerazione. Le sue spoglie mortali, per suo volere, riposano in attesa della risurrezione, nel Cimitero di Saronno, nella Cappella in cui la popolazione di quella cittadina ricca di fede e di vocazioni, ha voluto che riposassero i suoi Sacerdoti nativi.

Don DAVIDE PATUELLI

 

Don Francesco Belotti

" ...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

Nato a Grumello del Monte (BG), il 6 febbraio1923
Entrato a Fara Novarese, il 21 gennaio 1935
Noviziato a Barza d’Ispra, dal 12 settembre 1940
Prima Professione a Barza d’Ispra, il 12 settembre 1942
Professione Perpetua a Cassago, il 12 settembre 1945
Sacerdote a Milano, il 22 maggio 1948
Morto a Coyhaique, il 5 ottobre 2016
Sepolto nella Cripta della Cattedrale di Coyhaique, Cile

 

El miércoles 5 de octubre de 2016 regresó a la Casa del Padre del Cielo nuestro querido Padre Francisco Belotti, pero no nos abandona. Porque amó tanto a esta región del Aysén y a su gente, se queda y sigue caminando con su pueblo. Nació el 6 de febrero de 1923 en Grumello del Monte (Bérgamo). Emitió la Primera Profesión el 12 de setiembre de 1942. Fue ordenado sacerdote por el Beato Cardenal Ildefonso Schuster, arzobispo de Milán, el 22 de mayo de 1948. Comenzó su misión en Chile, en Estación Colina, en el año 1949 hasta 1965. Luego fue a Puerto Cisnes y posteriormente estuvo en Batuco, Renca, Rancagua y Coyhaique; su última obediencia fue en esta Obra desde 1992. Sirvió a la Congregación como Consejero provincial, Delegado de Nación, superior y ecónomo. Tantos años transitando por estos caminos donde acaricia el viento patagónico, consolando y enseñando, regalando a manos llenas la misericordia de Dios, la Palabra y el Pan de Vida. Cuánto esmero y celo apostólico para que su gente tenga un hermoso Santuario dedicado a Jesús Nazareno. Todo un amor de Buen Pastor con estilo guanelliano que lo convertían en Buen Samaritano para con los niños, jóvenes y adultos; una gran entrega a la Iglesia en Coyhaique, dedicación exquisita a las Hermanas y guanellianos Cooperadores, fiel discípulo de don Guanella, con un fuerte sentido de pertenencia a la Congregación de los Siervos de la Caridad (Obra Don Guanella). Muchos años atrás, llegando de Italia como joven sacerdote a Santiago de Chile, se había encontrado con un santo sacerdote, el P. Alberto Hurtado: un comienzo tan auspicioso para su misión en América Latina, dedicándose a servir a los más pobres. Lo recordamos como el típico curita italiano que, habiendo dejado su tierra natal y su familia, entregaba toda su vida a Dios y a los hermanos en su patria por adopción, la nación chilena, incansable trabajador con espíritu de pobreza y sacrificio, con sencillez de corazón y generosidad, adaptándose a un nuevo idioma, clima, alimentación y cultura. Siguió los pasos de P. Antonio Ronchi, otro gran misionero de la Patagonia guanelliana, y como él, dio la vida por su pueblo hasta las últimas consecuencias, es decir hasta el último respiro. El buen Siervo de la Caridad, Padre Francisco, ahora es recibido por sus pobres, por sus amigos, sus cohermanos de Congregación, por toda una Familia guanelliana que ya dejó este suelo, y es llevado a la Patria Celestial. Y Jesús le dice: ven bendito de mi Padre, porque me diste de comer, me diste de beber, me enseñaste, me evangelizaste, e hiciste para conmigo todas las Obras de Misericordia. ¡Qué gran ejemplo de Pastor guanelliano para este año de la Misericordia! Es un regalo de Dios que hemos disfrutado, lo hemos tenido entre nosotros y seguiremos gozando de su presencia espiritual, como intercesor ante el Padre. Celebramos la Pascua del Padre Francisco y nos sentimos protegidos por su cariño paternal que no se acaba, sino que se intensifica y se hace presente misteriosamente todos nuestros días, porque recibe en premio la Vida eterna que ya tiene su germen en el peregrinar en esta tierra. Gracias Padre Francisco por tu valentía y coraje, tu sencillez y pobreza, tu corazón paterno y cercanía a los necesitados, tu testimonio hasta el fin. Te reciben los ángeles de Cielo y entras en el gozo de tu Señor. Gracias al Padre Obispo Luis, al Padre Ramón, a las Hermanas y Cooperadores, a todos los amigos y fieles que acompañaron al P. Francisco en sus días de enfermedad. Unidos todos por la oración y la caridad.

P. CARLOS BLANCHOUD

 

Don Mario Cogliati

"...Con gratitudine conserva memoria di coloro che il Padre ha già chiamato nella sua Casa: alla divina misericordia affida la loro vita ed eleva suffragi..." (Cost. n.23)

 

Nato a Olgiate Calco (CO) il 23 febbraio 1946
Noviziato a Barza d’Ispra il 24 settembre 1962
Prima Professione a Barza d’Ispra il 24 settembre 1964
Professione Perpetua a Roma il 7 luglio 1971
Sacerdote a Como il 18 dicembre 1971
Morto a Como il 20 novembre 2020
Sepolto nel cimitero di Olgiate Molgora 

Don Mario è nato il 23 febbraio 1946, a Olgiate Calco in provincia di Como in una famiglia molto numerosa. Una famiglia abituata ai sacrifici, ma molto unita e di profonda tradizione cattolica. I genitori hanno trasmesso i valori e contenuti della fede ai numerosi figli, di cui due morti nell’infanzia. Mario trascorrerà alcuni anni nella nostra casa di Lecco dove ha potuto studiare. Lì ha conosciuto don Guanella, il suo carisma e come ricorda un confratello che fu suo educatore, la vocazione guanelliana. Questo anziano confratello ha nella memoria viva il piccolo Mario, la sua bontà e semplicità d’animo. Aveva un carattere magari un po’ chiuso ma non per questo meno disponibile e generoso, come testimoniano i numerosi servizi svolti nella nostra opera.
Così nel 1962 ha iniziato il suo percorso vocazionale tra noi Servi della Carità. Studia teologia a Roma e viene ordinato presbitero il 18 dicembre del 1971. Quando la nostra congregazione viene suddivisa in province religiose, lui si trovava a Roma e accettò di far parte della provincia del “sud Italia” dove rimarrà fino all’anno scorso. L’obbedienza lo ha portato nei primi anni di sacerdozio molto lontano dalla sua Brianza, a Naro (AG), come prefetto degli studi tra ragazzi (fino al 1983). Ci ritornerà nel 1987, dopo una parentesi romana come vicario parrocchiale nella “Parrocchia San Giuseppe al Trionfale” in Roma, e resterà lì fino al 1992. Nei discorsi a tavola, Naro tornava spesso sulla bocca di don Mario perché fu un’esperienza a lui cara.
Dal 1992 al 1994 è stato superiore locale a Bari e parroco nella Parrocchia “Maria SS. Addolorata” in Bari.
Dal 1994 al 1997 è stato superiore del Centro vocazionale ad Alberobello (BA) e per un anno anche direttore di attività.
Dal 1997 al 2000 ha collaboratore nel nostro Seminario Teologico di Roma, come vicerettore.
Dal 2000 al 2001 ha svolto il suo ministero pastorale presso il Santuario “Madonna di Tirano” come consigliere locale e collaboratore.
Dal 2001 al 2007 è stato vicario parrocchiale nella parrocchia “Corpus Domini” in Firenze.
Dal 2007 al 2016 superiore a Perugia, e per un anno anche Direttore delle attività (anno 2010-2011). Anche di Perugia, don Mario ha conservato un ricordo che lo ha accompagnato sempre.
Dal 2011 a Perugia è stato anche vicario parrocchiale nella Parrocchia “San Bartolomeo” in Torgiano (Perugia).
Nel 2016 è tornato a Firenze, come vicario parrocchiale. E dall’1 settembre 2019, è stato trasferito alla Provincia Sacro Cuore, risiedendo a Como, in Casa Madre.
Con noi a Como è rimasto poco. Presto le sue precarie condizioni di salute si sono fatte notare e pochi mesi fa, per essere più seguito ed accaduto, è stato affidato alla nostra RSA. Molti operatori lo ricordano per la sua semplicità e perché non si lamentava mai. Dopo un periodo di ricovero ospedaliero, ha fatto rientro in casa e sembrava iniziato un recupero psicofisico che lasciava presagire una vecchiaia più longeva. Ma un improvviso aggravarsi delle sue condizioni lo hanno portato a spegnersi nella serata dello scorso 20 novembre, in seguito a delle complicazioni respiratorie.
Grati al Signore per il bene compiuto negli anni del suo ministero, per la pronta disponibilità nell’obbedienza, per la fiducia in Dio e lo zelo pastorale, lo portiamo nella preghiera di suffragio e lo affidiamo alla misericordia divina.

A cura di don Davide Patuelli

 

Messaggio dal Superiore Generale e dal consiglio:

"Caro don Mario,
vorrei esprimerti l’ultimo saluto da parte del Consiglio generale partendo dalle parole che trovo scritte sulla immagine ricordo, da te preparata, in occasione del tuo 40° anniversario di sacerdozio nella chiesa di San Zeno in Olgiate Molgora: “Signore, voglio dare la vita per Te e per gli altri, nella gratitudine, nell’amore e nel servizio”, era l’anno 2011.
Presentandoti oggi davanti al Dio della vita, nell’incontro eterno con Lui, penso tu possa ripetere le stesse parole: “Signore ho dato la vita per Te e per gli altri nella gratitudine, nell’amore e nel servizio” e in quel momento attenderti dal Padre della misericordia quanto il nostro santo Fondatore, don Luigi Guanella, augurava ad ogni Servo della Carità: “E voi, buoni Servi della carità, che per anni e ogni giorno avrete soccorso con fede i poveri, possederete il Regno che il Signore nella sua bontà vi ha preparato fin dalla creazione del mondo” (Regolamento 1910).
Riposa in questa terra che Dio ha preparato anche per te, purificato dalla sofferenza di questa ultima stagione della tua vita. Vivi nella pace con i tuoi cari genitori e i confratelli che ti hanno preceduto.
Ai tuoi parenti, che ho avuto modo di conoscere nel funerale di tua madre Pasqualina proprio a Olgiate Molgora, le condoglianze sentite avvalorate dalla preghiera di suffragio per te e di sollievo spirituale per ciascuno di loro. Coraggio! Ci resta un compito da continuare a svolgere: dare la vita per il Signore e per gli altri, nella gratitudine, nell’amore e nel servizio, e in questo avremo l’aiuto e la intercessione di don Mario dal cielo.

Roma, 24 novembre 2020

Padre Umberto e Consiglio generale"

 

Omelia funebre di don Mario Cogliati – Como 24.11.2020

A nome di tutta la nostra famiglia religiosa guanelliana desidero esprimere ai fratelli e alle sorelle don Mario che sono qui presenti i sentimenti più profondi di condivisione del dolore per la sua perdita.

La famiglia di origine di don Mario, numerosa di figli e ricca di fede semplice e genuina, è stata una scuola di vita che lo ha formato alla generosità, alla concretezza, all’attenzione al prossimo: sono questi i doni che don Mario ha portato “in dote” consacrandosi e diventando poi sacerdote nella nostra famiglia religiosa e per i qual gli esprimiamo la nostra gratitudine.

Le circostanze che hanno reso necessario l’ultimo ricovero in Ospedale, non ci hanno consentito quella vicinanza e prossimità in occasione della sua morte e quella cura del suo corpo dopo il suo decesso che avremmo voluto poter esprimere, come segno del nostro affetto e della nostra amicizia nei suoi confronti. È stata una privazione per don Mario, per voi fratelli ed anche per noi Confratelli.
Nonostante ciò, Don Mario non è morto solo perché circondato dall’amore dei suoi cari, dalle attenzioni dei Confratelli (in particolare di don Albino che…), dalla preghiera costante delle nostre Comunità e delle Comunità dove egli negli anni ha svolto il suo ministero di sacerdote guanelliano.

La parola di Dio di questi ultimi giorni dell’anno liturgico ci invita costantemente a pensare alle “ultime cose” della nostra vita e con esse alla precarietà e finitezza di ogni realtà umana.
L’evangelista Luca, nel vangelo che abbiamo appena ascoltato, ci ha ricordato le parole di Gesù riguardanti il Tempio di Gerusalemme: “Verranno giorni nei quali di tutto ciò che vedete non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”.
L’esperienza della morte è umanamente l’esperienza di questa distruzione. Questi ultimi mesi, con il susseguirsi dei problemi di salute che don Mario ha avuto, sono stati per lui proprio questo progressivo cedere e cadere “pietra dopo pietra”. Con il manifestarsi della malattia, alcuni anni fa, don Mario ha intrapreso un cammino di spogliazione nel quale ha sperimentato una povertà sempre più grande: la povertà di lasciare i luoghi dove per tanti anni ha esercitato il suo ministero, la povertà della perdita progressiva di alcune sue facoltà, la povertà di non godere più di una completa autonomia, la povertà dell’isolamento nella nostra RSA in una fase della vita in cui avrebbe avuto invece bisogno di stimoli e di rapporti umani intensi, la povertà delle ultime ore in Ospedale senza la vicinanza nostra e dei suoi cari, la povertà di non aver ricevuto una degna composizione dopo la morte e prima della sepoltura.
Con questa povertà e con questa spogliazione don Mario ha vissuto l’esperienza della croce e più profondamente e precisamente l’esperienza della configurazione a Gesù in croce, spogliato di tutto.
La pazienza e la serena sopportazione con cui don Mario ha vissuto queste povertà e queste progressive spogliazioni ci sono di esempio e rendono particolarmente reali e vere le parole da lui scritte sull’immagine ricordo del 40° di sacerdozio (e che il Sup. Generale ha ricordato all’inizio della celebrazione) “Signore voglio dare la vita per te e per gli altri, nella gratitudine, nell’amore e nel servizio”. Parole che sono state il suo programma di vita, siamo sicuri anche in queste ultime fasi di grandi limiti nel suo essere e nel suo agire.

Nella prima lettura, con il linguaggio forte e figurativo dell’Apocalisse, ci è stata trasmessa l’immagine di una messe di grano, pronta per la mietitura e di una vigna i cui grappoli sono pronti e maturi per la vendemmia. È un’immagine che ci aiuta a considerare la morte di don Mario come il momento della vendemmia e della mietitura del frutto maturo e buono della sua vita. Fa bene anche a ciascuno di noi pensare così alla morte; pensare alla nostra morte come al momento in cui, nel progetto di Dio, saremo maturi, pronti per essere raccolti e per dare il frutto buono della nostra vita.

Così è per don Mario. Grano e vino sono i simboli eucaristici coi quali don Mario ha celebrato l’eucaristia come sacerdote nel rito liturgico ma siamo certi anche nella vita in tanti anni di ministero e di apostolato. Con grande semplicità e bontà d’animo don Mario ha infatti dato la sua vita, e lo ha fatto con le doti naturali di spontaneità, di immediatezza, di generosità, e con spirito evangelico di servizio. Nei luoghi dove don Mario ha esercitato il suo ministero di sacerdote e religioso guanelliano in tanti hanno apprezzato e beneficiato di questa sua bontà d’animo, della sua semplicità, della sua disponibilità a servire. Don Mario, incontrando faccia a faccia il Signore, ha sicuramente potuto presentargli questi frutti buoni della sua vita.

Quando ai primi di settembre del 2019 don Mario è giunto qui a Como ripeteva spesso di aver fatto il giro d’Italia e di essere tornato a casa, da dove era partito tanti anni fa.
Nel darti l’ultimo saluto oggi vogliamo dirti che ora hai davvero concluso il tuo giro e sei davvero tornato a casa, quella casa verso la quale tutti siamo incamminati e nella quale tu ora puoi godere della visione di Dio che hai amato e servito per tutta la vita.

Don Marco Grega
Superiore Provincia Sacro Cuore

 

 

 

 

 

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