Riflessioni del Superiore Generale - Opera don Guanella

3 luglio 2019 - Festa di San Tommaso apostolo

Ai confratelli e alle comunità dell’India

Carissimi,
oggi è il giorno in cui la Chiesa celebra l’Apostolo Tommaso, venerato come patrono della terra indiana in cui, secondo la tradizione, fu sepolto, precisamente a Mylapore, in quella che oggi è la parte centrale e antica di Chennai.
Scrivo per augurare a tutti voi un fecondo apostolato, visto che oggi siete voi gli apostoli di quella terra, in comunione con le diverse chiese in cui vi trovate.
Manca un mese alla mia visita fra voi, nella quale mi accompagnerà fratel Franco, e vorrei anticiparvi le mie intenzioni che sono essenzialmente due.
Anzitutto, come faccio in tutte le altre province, farvi sentire fortemente, attraverso la mia visita, la vostra unità col resto del corpo della Congregazione, ricordandovi il bene grande della comunione e la lotta che dobbiamo fare ogni giorno contro i nemici della comunione. Sono tanti e spesso irriconoscibili, si insinuano nella nostra vita e ci tolgono la linfa vitale, la fiducia, il dialogo, la dedizione reciproca. Noi non siamo chiamati a piacerci a vicenda, visto che non ci siamo scelti, ma ad amarci nel rispetto profondo gli uni degli altri, consapevoli che i nostri non sono vincoli di sangue, di lingua, di tradizione, e neppure di simpatia o di interesse, ma ci unisce la professione religiosa per la quale abbiamo scelto di prolungare nella Chiesa l’opera di don Luigi nostro Fondatore, col dono della nostra vita.
La prima testimonianza che il mondo ci chiede è quella della fraternità.
Poi vorrei incoraggiarvi nel bene, sentire le difficoltà che incontrate, appoggiare i vostri progetti, aiutarvi a rimuovere dal cammino quegli ostacoli che rallentano la missione, suggerirvi qualche pista nuova, chiedervi quello che voi confratelli indiani potete dare al resto del corpo della Congregazione. Questo nostro tempo ha un’urgenza, la Carità di Cristo, e io vorrei solo ricordarvi che per questo siamo entrati in famiglia religiosa, mentre ogni altro progetto pur buono è del tutto secondario.
Vorrei fare la visita in uno stile di vita ordinaria delle comunità e vi chiedo di rimuovere ogni aspetto decorativo, ogni parvenza di esteriorità che è così lontana dal Vangelo. Veniamo come fratelli, con la voglia di imparare e di conoscere, cercando un dialogo che non è alla pari, solo perchè noi siamo più responsabili davanti a Dio. Sono sicuro che sarà un incontro di grazia se saremo attenti e sinceri, aperti alla Provvidenza di cui voi portate il nome nel titolo di Provincia e della quale, come guanelliani, siamo tutti figli.
Considero un dono poter partecipare all’Ordinazione dei nuovi sacerdoti, imponendo sul loro capo anche le mie mani e affidando alle loro primizie sacerdotali il bene della Congregazione da invocare.
Consegno a San Tommaso questa mia prima visita in India da superiore e conto sulla preghiera di tutti voi mentre vi assicuro la mia. Un giorno Tommaso chiese a Gesù: “Signore come possiamo conoscere la via?”. Gesù la indicò, la Via era Lui stesso.
Ecco San Tommaso ci aiuti a intuire “la via”, chiediamoglielo insieme.


padre Umberto Brugnoni, superiore generale

 

5 Aprile 1886

Confratelli, Consorelle, Cooperatori e laici legati a noi in qualunque modo.

Nessun giorno è qualunque, perché ogni giorno porta con sé una grazia speciale, ma il 5 aprile per chi ama don Guanella è memoria di un gesto talmente efficace che arriva ancora a noi dopo 133 anni, da quel 1886.
Un gesto in sé semplice, impercettibile ai più e modesto, molto modesto nella forma. Ma nella sua profonditá veniva da speranze, lacrime e tentativi lontani.
Quella sera partiva dal porticciolo di Pianello Lario il primo gruppo che avrebbe dato vita alla Casa Madre di Como, stabilendosi in quella che don Guanella chiama in quasi tutte le memorie ‘la casetta’.
Cosí iniziano le opere di Dio, ci ricorda il Fondatore, con poco e senza clamori perché chi vuole essere segno del Regno di Dio non deve solo avere chiaro il fine da raggiungere -l’annuncio del Vangelo ai poveri- ma anche la strada da percorrere per arrivarci e la strada non deve mai essere quella della potenza di mezzi e strutture o del clamore delle grandi pubblicità, ma quella della povertà.
Da anni i Consigli generali dell’Opera stanno perseguendo nelle nuove fondazioni questo criterio: le nostre devono essere, almeno in partenza, casette, con piccoli servitori e senza grandi apparati, poi la Provvidenza aprirà la strada per essere segno evidente e attraente, sempre a gloria di Dio. Non ci disturbi e limiti la povertà di mezzi, strutture e personale, anzi!
È ciò che vorrei ricordare a me stesso e a tutti voi in questo 133º anniversario della barca che da Pianello partì per Como. Don Guanella lo aveva codificato con le famose 4 ‘f’: fame, freddo, fumo, fastidi. Fuori da questo schema il rischio potrebbe arrivare fino alla idolatria dei mezzi e quindi del potere e quindi del denaro, che non si addice ai discepoli di Cristo.
Dio guarda all’offerta di noi stessi non alla potenza dell’apparato e quando don Guanella racconta degli inizi unisce sempre il ricordo di un’offerta di sé “fino allo stremo delle forze”.
Auguro a tutti di ripensare oggi con una certa inquietudine questo spenderci “fino allo stremo delle forze” e il resto lo fa Dio, portando a compimento le nostre azioni.
Buon anniversario e auguri soprattutto a coloro che hanno il privilegio e il compito di servire nella Casa Madre delle nostre opere e a Pianello Lario.

Roma, 5 aprile 2019

Padre Umberto

Conferencia de P. Humberto a la Asamblea en Argentina

EL XX CG DE LOS SIERVOS DE LA CARIDAD: CARISMA, INTERCULTURALIDAD Y PROFECÍA

ESQUEMA DE LA RELACIÓN A LA ASAMBLEA EN ARGENTINA. Mayo, 2019

1). Una exhortación introductoria.
2). Qué temas surgen en modo particular del CG XX
3). En cuáles quiero detener mi atención en esta, nuestra Asamblea:
   a). El tema del testimonio de vida y de la creatividad como religiosos.
   b). El tema de la interculturalidad y de la misionariedad.
   c). El tema del Gobierno en el estilo de la sinodalidad
4). Conclusión.

1). En mi introducción al Documento final del CG XX cité la frase evangélica que de alguna manera caracterizó también a nuestro CG XX y distinguió el trabajo de los 40 padres capitulares que durante tres semanas afrontaron con pasión e inteligencia las diversas temáticas del Orden del díadel mismo Capítulo: "Nadie que beba el vino viejo desea el nuevo, porque dice: el viejo es mejor" (Lucas 5, 39). En otras palabras, me surge la inquietud frente a las conclusiones del CG XX: ¿Cómo podrán beberlo y disfrutarlo aquellos que habituaron su paladar al viejo y están acostumbrados a repetir "el viejo es mejor”, negándose a probar el nuevo? ¿Qué será de este abundante vino nuevo, producido por el paciente y constante trabajo de los obreros capitulares, si los odres en los que lo vierten siguen siendo viejos?
A los fariseos y a los escribas, partidarios de las antiguas tradiciones, Jesús justamente había dicho:"Nadie pone vino nuevo en odres viejos; porque entonces el vino nuevo romperá los odres y se derramará, y los odres se perderán. El vino nuevo debe echarse en odres nuevos" (Lc 5,37-38).
Por eso, fraternalmente, dirijo con insistente bondad a ustedes, queridos cohermanos de esta asamblea, con insistente afecto, la invitación a una sincera conversión personal y comunitaria. Si lo permitimos, será el Espíritu Santo quien nos renovará y moldeará nuestro corazón a partir del generoso y humilde de Jesús. Solo a través de una profunda reforma individual, de mentalidad, de voluntad y afectividad, podrá renovarse también nuestra Congregación en todos sus ámbitos y aspectos, que es el reclamo de cada Capítulo, porque ninguna sociedad puede cambiar si sus miembros siguen siendo siempre los mismos, que no se renuevan por dentro.

2). ¿QUÉ TEMAS SURGEN DEL CG XX?

El CG XX nos ha provisto de una línea directriz que podemos representar en estos términos: hacer avanzar nuestra vida y nuestra misión hacia lo mejor posible.
Para este propósito, era necesario formularse objetivos personales, comunitarios y apostólicos. Y, de hecho, el XX Capítulo general nos presenta objetivos claros y ciertos, mientras indica principios inspiradores y líneas de acción. Se trata de convicciones de las que debemos tomar mayor conciencia, o que hemos de acoger y hacer madurar.

Las convicciones explicitadas en el Documento Capitular nos instan a asumir verdaderos desafíos, que tienen todo el sabor de la reforma.
El Consejo general ha considerado que algunos de estos desafíos se debían tomar muy en serio de inmediato, en diversos niveles y en los ámbitos profundizados por los padres del Vigésimo Capítulo general:
 carisma, consagración, eclesialidad y familia guanelliana;
 fraternidad, interculturalidad y profecía;
 pastoral vocacional, formación inicial, formación permanente;
 misión, gestión de las obras y corresponsabilidad laical;
 gobierno, animación, reorganización de la Congregación y economía.

3). ENTRE ELLOS ¿CUÁLES ME GUSTARÍA DESTACAR PARA USTEDES EN ESTA ASAMBLEA?

a).Testimonio de vida y creatividad. Es el tema más importante que surgió en el Capítulo y diría también que es extremadamente urgente en nuestra Congregación. Demasiadas actitudes descuidadas en nuestra realidad de familia. Hemos asistido en estos últimos 18 años a un terrible abandono de cohermanos de nuestra realidad de Congregación. Diferentes en la búsqueda de nuevas experiencias de pastoral y de misión porque no encontraron dentro de nuestra realidad experiencias significativas de compartir con los pobres, compartir situaciones de marginación como viven nuestros hermanos más probados y necesitados, o porque aún hacemos poco como guanellianos por los últimos. Motivos muy válidos, pero ¿se corresponden siempre con la verdad?¿Son problemáticas que realmente en nuestra familia religiosa están tan desatendidas?¿No puede haber también quizá en juego un protagonismo personal que a la larga se convierte en justificación de mis ideas y consideraciones y me lleva finalmente a ser radical justamente con mi familia religiosa?
Son más dolorosas las de abandono del sacerdocio y de la vida consagrada. Dos preguntas:¿hicieron un buen discernimiento en la etapa de la primera formación? ¿Hicimos de parte nuestra todo lo que era posible para ayudarlos, sostenerlos, acompañarlos? Son ámbitos en los cuales el Capítulo se detuvo a reflexionar y sobre los cuales también, al final, dio indicaciones concretas en las Mociones y Propuestas.
A modo de ejemplo, en referencia al tema de nuestra consagración, los Padres Capitulares sugirieron, en primer lugar, reapropiarnos y hacer conocer a la gente nuestras prioridades en materia de valores:
 la paternidad de Dios Padre, que provee a sus hijos con cuidado amoroso;
 la oración filial;
 la caridad misericordiosa y compasiva de Jesús, Buen Samaritano, en el testimonio y en la defensa, también cultural, del valor sagrado de la persona humana;
 la cercanía y el compartir la vida con los pobres, como expresión de las obras de misericordia;
 la forma de vida caracterizada por:sencillez de trato, afabilidad de las relaciones, sentido de familia, acogida del otro, mayor inclinación a la tolerancia y a la misericordia que a la justicia, espíritu de sacrificio y don de sí (n. 9 DF).

Recupero dos orientaciones significativas y de valores ofrecidos por la Iglesia a la Vida Consagrada al inicio del Tercer Milenio de la Era cristiana. Podrían ser la perspectiva a hacer nuestra en la realidad futura como expresión de novedad para ofrecer a la iglesia y al mundo que nos rodea.
a). "Caminar desde Cristo significa reencontrar el primer amor, el destello inspirador con que se comenzó el seguimiento. Suya es la primacía del amor. El seguimiento es solo la respuesta de amor al amor de Dios. Si «nosotros amamos» es «porque Él nos ha amado primero» (1Jn 4, 10.19). Eso significa reconocer su amor personal con aquel íntimo conocimiento que hacía decir al apóstol Pablo: «Cristo me ha amado y ha dado su vida por mí» (Ga 2, 20). Sólo el conocimiento de ser objeto de un amor infinito puede ayudar a superar toda dificultad personal y del Instituto. Las personas consagradas no podrán ser creativas, capaces de renovar el Instituto y abrir nuevos caminos de pastoral, si no se sienten animadas por este amor. Este amor es el que les hace fuertes y audaces y el que les infunde valor y osadía.” (Juan Pablo II, Caminar desde Cristo, n. 22).
b)."Se recuerda también, que una tarea en el hoy de las comunidades de vida consagrada es la ‘de fomentar la espiritualidad de la comunión, ante todo en su interior y, además, en la comunidad eclesial misma y más allá aún de sus confines, entablando o restableciendo constantemente el diálogo de la caridad, sobre todo allí donde el mundo de hoy está tan desgarrado por el odio étnico o las locuras homicidas’. Una tarea que exige personas espirituales forjadas interiormente por el Dios de la comunión benigna y misericordiosa, y comunidades maduras donde la espiritualidad de comunión es ley de vida." (Juan Pablo II, Caminar desde Cristo, n. 28).

b).Interculturalidad y misionariedad

-Nuestra Congregación es fuertemente intercultural, tanto por el carácter geográfico de sus fronteras abiertas a los cinco continentes como por la diferenciación de edad en la presencia de los cohermanos que constituyen las comunidades locales. No es para nada difícil en nuestras comunidades encontrar a cohermanos que provienen de continentes diversos, pero también de edades, mentalidades, usos y costumbres diferentes. Para la realidad de su provincia, incluso, al estar constituida por tres naciones diversas, ya tiene en su ADN la interculturalidad con sus aspectos positivos y los de mayor dificultad para ser manejados. Don Guanella decía que los hombres hablando se entienden y que, para entenderse con los hombres, ante todo es necesario saberse entender con el Señor (cf. Reglamento de los Siervos de la Caridad 1905, en L. GUANELLA, Escritos para las Congregaciones, vol. IV, p. 1159).
¡La unidad en la diversidad es un gran ideal! Pero, ¿cómo alcanzarlo y expresarlo?
No ciertamente cuando una cultura se quiere imponer en todo a otra, considerada más débil. Ni siquiera cuando la integración cultural se limita a una pura “convivencia” de miembros que viven uno junto al otro, aparentemente “iguales pero separados”, con el evidente riesgo de crear grupos. Tampoco cuando frente al desafío y al compromiso necesarios para lograr una buena integración comunitaria apelamos o nos escondemos tras la coartada de la ‘diversidad cultural’, defendiendo inmadureces personales o rechazando el esfuerzo de vivir la propia vocación con radicalidad.
Así sucede que quien es llamado a insertarse en una nueva Comunidad no sabe 'aculturarse' suficientemente y quien lo debería acoger no sabe comprender y respetar la cultura diversa del nuevo miembro de la Comunidad.
"La interculturalidad, las diferencias de edad y el diverso planteamiento caracterizan cada vez más a los Institutos de vida consagrada. La formación deberá educar al diálogo comunitario en la cordialidad y en la caridad de Cristo, enseñando a acoger las diversidades como riqueza y a integrar los diversos modos de ver y sentir. Así la búsqueda constante de la unidad en la caridad se convertirá en escuela de comunión para las comunidades cristianas y propuesta de fraterna convivencia entre los pueblos." (Juan Pablo II, Caminar desde Cristo, n. 18)


Mirar entonces la diversidad como riqueza por adquirir, incluso con esfuerzo y no como límite, como problema imposible de superar.
Concretamente, entonces, el XX CG reconfirmó algunas líneas guía, ya tomadas en consideración en el pasado, relanzadas hoy sobre todo por la experiencia del intercambio de cohermanos de diversas Provincias en marcha en nuestra realidad guanelliana mundial. Cito solamente una de ellas, urgente hoy más que nunca: la Propuesta 11 /Formación a la interculturalidad.
Los Consejos provinciales y de Delegación se ocupen de la formación en la interculturalidad:
1. a través de una seria preparación lingüística y cultural de los Cohermanos que se insertan en otras zonas de la Provincia o Viceprovincia o en otros Órganos de gobierno;
2. promoviendo itinerarios formativos específicos para los Cohermanos y particularmente para los Superiores locales;
3. favoreciendo el conocimiento recíproco de las culturas y de los respectivos procesos de integración, a través de “Jornadas de estudio sobre el fenómeno de la interculturación”.

-Por lo que respecta a la misión, el XX Capítulo general nos indica, entre otros objetivos, el de estar en misión con fidelidad creativa, revitalizando carismáticamente nuestras obras tradicionales y abriendo o consolidando formas de presencia “más ágiles” en respuesta a las necesidades del territorio (cf CG XX, objetivo XVI).Pienso que el deseo de permanecer fieles a la misión de manera significativa (cf DF XX CG, 8) y de permanecer en ella creativamente nos debe impulsar a salir de nuestros esquemas, para adecuarnos también a otras circunstancias en las cuales anunciar el Evangelio de la Caridad, como, justamente, religiosos listos a ir al encuentro de las exigencias del territorio y dispuestos a entretejer relaciones recíprocas con la Iglesia local, según una instancia del XX Capítulo general: la solicitud "de unir fuerzas, de experimentar nuevas formas de comunión, de corresponsabilidad y de inserción en los organismos de la Iglesia local” (DF XX CG, 10), para evitar el riesgo de la autorreferencialidad.
El CG XX quiso también dar vida a un organismo PMG (Presencia Misionera Guanelliana) que tiene la tarea específica de animar a nuestra Familia religiosa al valor de la misión. Un organismo vinculado al Consejo general, pero que se propone trabajar en red con las diversas Provincias a través de un representante provincial que hace de enlace entre el centro y la periferia y viceversa.
La pregunta que subyace a nuestro estar en misión creo que es ineludible y pienso que resuena en estos términos:"¿Cuál es mi "lugar" y, por consiguiente, mi “tarea”?¿Cuál es nuestro rol como religiosos?".En otras palabras:"¿Cuál es mi misión posible?".Es una pregunta que surge con extrema claridad frente a las propuestas de traslado y en el momento en el cual, en la gestión de las actividades y de la economía, nos disponemos a ampliar la responsabilidad a los laicos.
Una respuesta en línea con las disposiciones capitulares y con el Magisterio eclesial la podríamos encontrar en los números 273-274 de la Evangelii gaudium del Papa Francisco: "Yo soy una misión en esta tierra, y para eso estoy en este mundo. Hay que reconocerse a sí mismo como marcado a fuego por esa misión de iluminar, bendecir, vivificar, levantar, sanar, liberar. [...]. Por ello, si logro ayudar a una sola persona a vivir mejor, eso ya justifica la entrega de mi vida", mi lugar en el mundo, podríamos decir mi presencia en una Casa, el don de mi consagración. Nuestro lugar es nuestra misión y nuestra misión es el compromiso de una evangelización en 360 grados, una evangelización capaz de promover un humanismo nuevo, centrado o recentrado en Cristo, porque vive de las palabras y de los gestos de Cristo y porque a través de la significatividad de nuestra presencia prolonga aquellas palabras y aquellos gestos en los espacios que habitamos y en los tiempos que vivimos.

-Una particular referencia al mundo de los jóvenes como el futuro de nuestra Obra
Con los jóvenes se debería poner en juego la parte más importante de nuestra misión. Junto al trabajo, esto es, al pan, los jóvenes necesitan la Gracia de Dios. Frente a la efímera ligereza con la que es usual referirse a las jóvenes generaciones, se cierne la preocupación sabia de una Iglesia que es una auténtica madre de sus hijos. Vienen a la mente las palabras de don Milani:"En una de las paredes de nuestra escuela está escrito grande “I care”. Es el lema intraducible de los mejores jóvenes estadounidenses. 'Me importa, yo me preocupo'”.
Queridos hermanos, los jóvenes nos importan profundamente. Por esto hemos promovido como Consejo general el camino que nos llevará a celebrar nuestro Sínodo de jóvenes guanellianos. Aunque hoy vivamos inmersos en un mundo en el cual la “cultura dela fragmentación” y un “fuerte relativismo práctico” alejan a los jóvenes de la fuente de la vida que es Cristo, este es sin duda un tiempo propicio para detener la vorágine cotidiana de la sociedad consumista y para dar una palabra auténtica de aliento y un sentido a esa extraordinaria sed de infinito que caracteriza a los jóvenes de cada generación. Los jóvenes son “como las golondrinas", decía Giorgio La Pira, un santo político de Florencia, “sienten el tiempo, sienten la estación: cuando llega la primavera ellas se mueven ordenadamente, impulsadas por un invencible instinto vital —que les indica la ruta y los puertos”.Los jóvenes, de hecho, no necesitan a alguien que les indique qué soñar, porque son capaces de hacerlo por sí mismos. Ellos tienen mucho más talento que nosotros, los adultos, y mucha más capacidad para pensar e imaginar un mundo nuevo.
Cuando se habla a los jóvenes es necesario hablar con palabras de verdad, sin repetir a ultranza una serie de frases melosas y sin sustancia. Sobre los jóvenes, de hecho, hay una dramática y empalagosa retórica, que desafortunadamente no siempre está sostenida por los hechos.
Debemos comprometernos en esto. Hay mucho trabajo por hacer también dentro de la realidad de su Provincia, que en esta última década vio casi vaciar las filas de los grupos juveniles y es la que más ha sufrido contragolpes dolorosos de abandono de la VC y del sacerdocio. No podemos hacer de cuenta que nada pasó o solo condolernos por lo sucedido; debemos, en cambio, asumir una posición de reflexión seria y de reformulación tanto de la pastoral juvenil como de la vocacional. Como afirma el Documento final del Sínodo de los jóvenes: los jóvenes desean que nosotros caminemos junto a ellos no siempre ni solo como maestros, sino como amigos y compañeros de viaje, sin posiciones catedráticas, sino como “personas en búsqueda” que junto con ellos encuentran lo mejor para vivir y hacer vivir.

c).Gobierno y sinodalidad
A petición del XX Capítulo general, en el próximo sexenio se deberá dar espacio y vida justamente a este método relacional y decisional. El estilo sinodal como método para caminar juntos (también como Familia Guanelliana), para realizar opciones compartidas y creativas, de modo tal de beneficiar la vida de la gente que nos es confiada y la vitalidad de las Casas.
La sinodalidad requiere espiritualidad evangélica y pertenencia carismática, formación continua, disponibilidad al acompañamiento, creatividad.
La sinodalidad es una propuesta que sentimos que podemos y debemos hacer en nuestra misión, también hacia la sociedad que nos rodea, que a nivel mundial aparece cada vez más a menudo como sociedad fragmentada.
Ciertamente no es sinodalidad la modalidad con la cual, por ejemplo, la comunicación es a menudo usada también entre nosotros para encender los ánimos, desacreditar a los cohermanos o a las personas y hacer prevalecer el miedo, llegando a identificar en el otro no a un hermano, sino a menudo a un enemigo.
Pienso entonces en las experiencias formativas en todos los niveles, tanto de los cohermanos como de los laicos de nuestros Centros y Escuelas, de los operadores pastorales, nuestros vínculos con las HSMP y los Cooperadores: encontrarse para compartir en la sinceridad y la verdad alegrías y dificultades, testimoniándolas personalmente en la caridad.
Nuestra experiencia de sinodalidad está destinada a crecer también gracias a esta, nuestra Asamblea, que los encuentra comprometidos justamente a ustedes, cohermanos. En este marco de sinodalidad es también necesario hacer mención a los encuentros que el Superior provincial y el local tienen con los Cohermanos, a las visitas a las Casas, a las visitas del ecónomo provincial y de los consejeros del sector: todo se debe poner en juego en esta dinámica.
El Papa Francisco en su discurso en el encuentro eclesial de Florencia dijo claramente que hoy no vivimos una época de cambio, sino más bien un cambio de época. El Papa Francisco continúa diciendo que, en este sentido, vivimos en una sociedad que corre un gran riesgo:el de estar caracterizada por “una tristeza individualista que brota del corazón cómodo y avaro, de la búsqueda enfermiza de placeres superficiales, de la conciencia aislada” (Evangelii Gaudium 2).
Este entones deberá ser un eslabón decisivo, el punto de partida para la reflexión y nuestro compromiso como guanellianos consagrados insertos en un territorio a evangelizar.

Otro ámbito significativo en el cual experimentar caminos de sinodalidad es el de las Reuniones comunitarias y de los Consejos de Casa: allí es posible hacer surgir con claridad la unidad de propósitos y de dirección dentro de la Casa (cf CG XX, 24), y ayudar a quienes la dirigen a interpretar el servicio de la autoridad como “ministerio para el servicio de la animación de la caridad” (XX CG, 25).Obviamente, para que se respire aire de sinodalidad el primer paso es convocarlos con regularidad, para luego promover el diálogo, la participación, la implicación en el proceso de toma de decisiones y de evaluación.
La sinodalidad, en tanto esté estrechamente anclada a la referencia constitucional, es una sensibilidad por desarrollar todavía más entre nosotros, y en la relación entre Consejo general y provincial y Consejos locales, como también entre los Consejos locales y los laicos con roles de responsabilidad. El método sinodal entre nosotros fortalecerá sin duda el diálogo y la corresponsabilidad, haciendo surgir tanto la unidad de propósitos y de dirección dentro de una Congregación y de una Provincia como esa necesaria ayuda que hemos de ofrecer a quienes la coordinan y la animan.

4). CONCLUSIÓN:
Al término de nuestro XX Capítulo general, sugería una de mis certezas: las líneas trazadas por el CG, en tanto fruto de la unión de los capitulares con el Espíritu, es un camino seguro e indiscutible para los Siervos de la Caridad en la concreción del recorrido de los próximos seis años. Aquellos que deliberadamente no lo quieran transitar se colocan fuera de este camino de gracia que el Espíritu nos ha indicado.
San Luis Guanella nos ayude a ser una parte de la Iglesia en salida, que —por los caminos del corazón— se deja fascinar y fascina, se entusiasma, se convierte, se reorganiza, se regenera y obra eficazmente en el corazón de la historia de Dios y de los hombres, valorando la reflexión y los impulsos más innovadores de nuestro XX CG.
Para todos nosotros el deseo de san Juan Pablo II:"Un nuevo siglo y un nuevo milenio se abren a la luz de Cristo. Pero no todos ven esta luz. Nosotros tenemos el maravilloso y exigente cometido de ser su ‘reflejo’. […] Esta es una tarea que nos hace temblar si nos fijamos en la debilidad que tan a menudo nos vuelve opacos y llenos de sombras. Pero es una tarea posible si, expuestos a la luz de Cristo, sabemos abrirnos a su gracia que nos hace hombres nuevos." (Novo Millennio Ineunte, 54).
Mis mejores augurios y gracias por escuchar.


P. Humberto Brugnoni

24 Marzo 1908: Una notte non più dimenticata

Cari Confratelli,
Si avvicina la data a noi cara della Vigilia dell’Annunciazione e vorrei orientare l’attenzione di tutti noi a quel momento che la tradizione ha scolpito come pietra miliare della nostra piccola storia di Congregazione, il 24 marzo 1908.
Nel 1928, ricordando il ventesimo anniversario di quell’evento, don Mazzucchi ricordava commosso i sentimenti di quella “notte non più dimenticata”, lui che era il più giovane dei dodici confratelli che professarono, avendo solo 24 anni di età e poco più di due anni di ordinazione.

I sentimenti del Fondatore, al di lá delle circostanze
Non voglio ricostruire gli eventi dal punto di vista storico perchè non è il mio campo di riflessione e rimando per questo ad alcuni studi già noti e in parte pubblicati, a firma di don Bruno Capparoni, di don Nino Minetti, di Suor Michela Carrozzino, di Fabio Pallotta, e altri prima ancora, tutti pregevoli e dettagliati.
Credo, tuttavia, che dovremmo dedicare maggiore attenzione e una ricerca più mirata allo sviluppo storico della nostra Congregazione sotto il profilo interiore del Fondatore.
Se è interessante seguire lo sviluppo esteriore degli avvenimenti che portarono dopo non poche fatiche e sofferenze, alla professione dei voti religiosi di quella sera del 24 marzo 1908, mi pare molto più utile rintracciare la risonanza interiore di quei giorni nell’animo del Fondatore. L’epistolario di don Luigi, soprattutto nel carteggio con il redentorista padre Claudio Benedetti, e il n. 18 della collana Saggi storici, che anch’io ho appena riletto, ci offre una pista privilegiata per intravedere come il Fondatore attraversava le prove del cammino e intuire la luce che lo guidava, a dispetto delle contrarietà, dei dispiaceri, delle strettezze di vedute di molti suoi contemporanei.
Quello che mi sorprende è che dentro una molteplicità di eventi e di incontri, non tutti benevoli, don Guanella porta a termine la sua missione. Forte della certezza del Padre, avanza contro corrente, portando a compimento la sua promessa di costruire la sua famiglia religiosa nella fedeltà alla Chiesa, dentro la Chiesa, mai fuori o contro, mai in parallelo.

L’incontro con un amico
Molto spesso così ci accompagna il Signore, col dono di un amico, così ci visita coi suoi angeli. Da anni don Luigi correva da un ufficio all’altro della Curia romana. Molte volte aveva dovuto salire e scendere le scale del nuovo dicastero per gli Istituti religiosi, a giorni euforico per le promesse ricevute e a giorni rattristato per le complicazioni che sorgevano.
Dio buono gli fece incontrare padre Claudio Benedetti, che lavorava a quel dicastero come consultore; un uomo che seppe guidare don Luigi e la congregazione nell’iter verso l’approvazione e la stabilità.
Tra i due nasce un’intesa eccezionale e nel loro carteggio troviamo rimproveri, ammonizioni, frasi anche forti, come pure delicatezze, ringraziamenti commossi e autentiche perle spirituali. La situazione si rovescia con la morte di don Guanella e padre Benedetti, che prima era guida e maestro, si trasforma in discepolo devoto e affezionato al punto di voler scrivere di suo pugno la testimonianza per i Processi perchè le cose andavano per le lunghe e lui, anziano, temeva di morire e non poter arrivare a esternare l’ammirazione per un santo.
Scrisse di don Luigi, nella sua eccezionale testimonianza, usando dieci aggettivi per noi oggi tanto utili e propositivi:

“Fino alla sua preziosa morte egli nulla fece senza il mio parere, senza il mio consiglio…
Se io, seguendo l’indole, talvolta era diffuso, egli sempre prudente, parco, ponderato; se la foga del mio dire mi portava a qualche gesto smodato, a qualche parola d’impazienza, a qualsiasi moto primo, egli sempre, nel venire, nell’andare, nel conversare, in qualunque azione, in qualunque tratto, umile, dimesso, paziente, mite, inalterabile, riconoscente, grato, esemplare tanto, che nei tanti anni che l’ho trattato, e sì frequentemente, non potrei dire di aver notato in lui una menda da correggersi, un neo…era un santo!”(Testimonianza Claudio Benedetti, Saggi Storici n. 18, pag 259).

Emerge da queste parole tutto l’animo di don Guanella ed è il punto sul quale vorrei esortare tutti. Entriamo nel suo cuore, apprendiamo il suo modo di stare in rapporto con Dio, con le persone, con i fatti della vita.
Era certamente la scuola spirituale dell’Imitazione di Cristo e di Sant’Ignazio che nei suoi Esercizi Spirituali parlava di ’indifferenza’, essere indifferenti ai propri gusti per essere obbedienti alla volontà di Dio, guardare con gli occhi di Dio e fuori da prospettive parziali.
Don Guanella aveva assimilato da quella spiritualità, che tanto lo affascinava, che lo scopo della vita spirituale e del discernimento consisteva prima nel liberarsi dagli affetti disordinati e solo dopo nel disporsi a cercare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita.
Per un buon discernimento l’indifferenza, che si ottiene morendo un poco ai propri desideri, è necessaria, altrimenti -dice l’Imitazione- la tristezza è alla porta per ciò che non si ottiene, si può diventare aggressivi se qualcuno si oppone a noi e non ci accontenta. In altre parole si diventa schiavi e si rischia di parlare e agire -dice Sant’Ignazio- secondo lo spirito malvagio e non secondo lo spirito buono.
Chiedo a tutti voi, cari Confratelli, specie in questo tempo quaresimale, di riflettere insieme con me su questa operazione di liberarsi dagli affetti disordinati per raggiungere una sana indifferenza che non è passività, ma libertà perchè significa dire no a certi desideri che ci assillano e ci tengono in schiavitù, come le nostre visioni esasperate, i capricci, i puntigli, le ambizioni smodate che possono rivelare un desiderio di potere, l’insistenza su metodi e stili che ci hanno già fatto male, lo schierarci a favore di qualcuno o contro qualcun altro come nelle peggiori tifoserie sportive, il ricatto sottile per cui o uno è accontentato in quello che chiede o lascia tutto, il confrontarsi con gli altri e pensare sempre di essere vittime di ingiustizie e incomprensioni, la tendenza a giudicare i comportamenti altrui senza mai entrare nel profondo di sè e pescare nel torbido del proprio cuore.
A volte mi pare che la tentazione più frequente e più pericolosa tra noi sia quella di credere che sia la struttura a non funzionare, il governo centrale o provinciale o locale, l’organizzazione, la distribuzione dei ruoli. Cari confratelli, la struttura è struttura ed è funzionale e mai troveremo quella impeccabile, ma è il cuore che deve cambiare e la quaresima ce lo ricorda continuamente.
Ci ricorda di non cercare fuori il difetto del congegno, ma dentro.

Quella sera con Maria
Umiliazioni e attese infinite, rimproveri, dubbi, avevano segnato quei dieci o dodici anni che durò l’iter dell’approvazione e poi c’era da trascinare i fratelli, convincere o esortare, perchè per alcuni quella professione non aveva senso e non era necessaria.
Con voi, allora, vorrei interrogare il nostro padre, don Luigi.
Come hai vissuto quelle ore don Guanella? Che ti ha detto il Signore? Tu cosa gli hai risposto?
Potremmo interrogare i compagni di quella notte, don Mazzucchi più di ogni altro, che sul Charitas a più riprese e nella sua biografia racconta di quella vigilia dell’Annunciazione, piena della gioia di Maria ma anche della sua sorpresa, delle domande sul futuro, di qualche piccola paura, di qualche ragionevole dubbio.
Don Guanella ci consegnò la devozione alla Madonna della Provvidenza, alla Madonna del Lavoro, ma il primo titolo che aveva quasi stregato il suo giovane cuore era quello dell’Immacolata Concezione di Maria. Aveva dodici anni quando fu proclamato il dogma e neppure sedici quando iniziarono le apparizioni di Lourdes che lo affascinarono sempre.
Anche in quell’inverno 1908, qualche settimana prima della famosa professione di Como, aveva fatto erigere un oratorio alla Madonna di Lourdes nella casa di San Pancrazio, proprio l’11 febbraio e non era il primo, poichè quell’immagine era venerata in quasi tutte le sue case.
Non vi sembra che possa aver imparato tanto da quella storia della ragazzina presa per pazza e visionaria, del suo parroco Peyramale prudente e lento, dei nemici pronti a diffamare, deridere, condannare? Davanti alle vicende della sua storia a me sembra proprio che don Luigi ne aveva fatto un suo programma di vita stimolante: fidarsi di Dio, attendere, pregare, insistere senza stancarsi.
Don Mazzuchi racconta di quella sera.
Avevano organizzato tre giorni di ritiro predicati da don Luigi. Il martedì 24 marzo, di sera, professarono e alla fine don Luigi volle parlare ancora, tra le lacrime di tutti. Scrive don Mazzucchi:
“Quando lo udimmo ringraziarci commosso, egli il martire di tante fatiche e di tanti dolori passati…, il padre sempre generoso di compatimento e inestimabile nel suo amore per noi colpevoli di riluttanze e di indolenze spirituali…; quando lo udimmo ringraziarci… , oh! allora il nostro cuore non ne potè più e versammo lacrime di amore, di tripudio santo, di pentimento, di riconoscenza, che ci segnarono nell’anima un solco da non cancellarsi mai”.
Non si è ancora cancellato quel solco, ci stiamo dentro anche noi, forse meno commossi, ma ci stiamo dentro.
Chiedo a tutti, cari Confratelli, di ripensare la nostra consacrazione come una fortuna con la gratitudine di chi è stato raggiunto, senza troppo merito, da una proposta di Paradiso.
Alle comunità che possono farlo chiedo di riunirsi davanti al Signore e leggere insieme quella pagina della Biografia scritta da don Mazzucchi.

Grazie don Luigi.
A te, ai compagni di allora, a quelli delle generazioni successive che sono arrivate fino a noi.
Maria veglia con la tua Provvidenza di madre su questi figli che siamo noi.
Donaci altri ragazzi, giovani, commossi e capaci, come quelli di quella sera, di mettere in gioco la loro gioventù per Dio e per la causa dei poveri e facci degni di riceverli e sostenerli nel cammino.
Buon anniversario della nostra nascita come religiosi.


Roma, 24 marzo 2019

Padre Umberto Brugnoni

Servitori dell'Annuncio

 

Cari confratelli oggi professi perpetui, domani diaconi a servizio della chiesa e del nostro mondo. Sicuramente il cardinale De Donatis domani commenterà le letture di questa domenica in Albis, domenica della Misericordia come l’ha voluta chiamare San Giovanni Paolo II°.
A me permettete, in questa riflessione, di prendere in prestito una paginetta pubblicata tanti anni fa sull’Osservatore Romano a firma di un nostro confratello di cui celebreremo nel prossimo mese di giugno il 100° della nascita: don Attilio Beria (Pavia, 21,22,23 giugno 1919).
Ho ricevuto, insieme a tanti di voi, questo scritto come augurio da una nostra cara consorella guanelliana, tanto attenta al pensiero di don Attilio, lo scorso 24 marzo e ho pensato, quasi a gratitudine del suo servizio così profondo, serio e competente fatto alla Congregazione e alla chiesa, è stato bibliotecario privato di Paolo VI e da lui definito intelligente collaboratore della Santa Sede, di consegnarlo a voi, giovani confratelli guanelliani, che affrontate l’avventura stupenda di essere servitori dell’annuncioe testimoni del Risorto.
Ho colto quattro aspetti di questa riflessione di don Attilio Beria per offrire a ciascuno di voi un tracciato sicuro per il cammino già iniziato da tempo con la chiamata che il Signore vi ha rivolto, ma che da oggi assume maggior responsabilità: consacrati per sempre, appartenenti a Dio in eterno, al servizio di Dio e dell’uomo con tutta la vita e per tutta la vita.
1). Ascolta con uguale orecchio il Dio vivente e l’uomo vivente.
Quanta sapienza in questo consiglio: siete stati tratti da Dio da in mezzo agli uomini e costituiti da Dio a favore degli uomini (Lettera agli Ebrei). Papa Francesco ce lo ha ricordato proprio nella Messa del Crisma di quest’anno: “Unti per ungere. Ungiamo distribuendo noi stessi, distribuendo la nostra vocazione e il nostro cuore”. In questo ambito, non in altri si dovrà giocare tutta la vostra esistenza. Dio e l’uomo dovranno sempre e comunque trovare accoglienza e ascolto vero, profondo, disponibile nella vostra vita. Quanta guanellianità vi leggiamo in questo augurio: don Guanella è l’uomo che ha saputo coniugare con eccellenza l’ascolto di Dio e del povero. La voce del povero nella sua esistenza si è sovrapposta e identificata a quella del suo Signore. Vi avverte don Attilio che arriverà il momento anche per voi che in questa fusione di ascolto diventerà anche difficile distinguere la voce di Dio da quella dell’uomo. Non abbiate paura: in quella tappa le parole che allora ascolterete “saranno dell’Uomo-Dio, Gesù Cristo”.
2). Parla con Dio prima di parlare di Dio
Il secondo consiglio tratto dallo scritto di don Attilio è quello di “parlare con Dio, prima di parlare di Dio”. Sì avete studiato teologia e tutti avete superato sia il corso fondamentale come la specializzazione con ottimi risultati. Siete quasi tutti ormai dottori in sacra teologia! Ma è di un'altra sapienza che avete diuturno bisogno: conoscere e fare la volontà di Dio. L’ascolto di Dio, l’apertura del cuore, più che dell’orecchio al suo progetto d’amore su di voi, vi renderà veri sapienti, certamente più di quanto vi hanno dato le l’Università. Vi ricordate i profeti? Voi, dopo che con il Battesimo, lo diventerete nella realtà da domani nel ministero dell’Ordine sacro: persone che sono animate completamente dalla Parola e dalla volontà di colui che vi manda. Servitori di un altro: di Gesù Cristo appunto, il Dio vivo, il Risorto da morte, Colui che è sempre presente in mezzo a noi. E’ allora indispensabile sapere cosa vuole lui da te e cosa vuole dagli altri ai quali ti manda. Tu non lo sai ancora, ed è proprio in questo ascoltare, meditare, contemplare e ruminare la sua Parola che diventerà fecondo il tuo dire e il tuo fare. Mi ricordo una frase tanto sapiente di una immaginetta della professione perpetua di una suora: Parlami, Signore, e io vivrò! Come all’inizio dei tempi quando Dio ha parlato e creato nello stesso tempo, solo pronunciando la Parola, incarnando concretamente la sua volontà. Pensate alla sofferenza di tanti santi quando Dio non parlava loro, quando apparentemente c’era aridità nella loro vita, quando Lui sembrava lontano, muto, distratto su ciò che a loro capitava. Celebreremo lunedì la Beata suor Chiara: è una di questi santi. Parlare con Dio è indispensabile, dunque, per poter parlare agli uomini di Lui.
3). Impegnati con tutto te stesso, con audacia, dominio di te, libertà. Non dimenticare un pizzico di humour come segno di distacco, di coscienza di essere servo inutile.
Eppure non tutto dipende solo dal Signore. In parte molto dipende anche da te, uomo, confratello, ministro, consacrato. Non ti è lecito essere trasandato nel ministero, nel servizio, nella preghiera, nella vita spirituale, nella carità. Certo dovrai combattere perché mai nessuno vi dirà che consacrare la vita a Dio, appartenere a Dio, essere a disposizione di Dio è cosa facile, non costa nulla. Sarebbe uno sprovveduto chi vi ha fatto o vi farà un simile discorso. Stare dalla parte di Dio costa fatica, dominio di sé, impegno a non lasciarsi condurre dai propri limiti e fragilità, è combattimento, è vittoria da riportare tutte le volte. Essere casti, poveri obbedienti non è vita da smidollati, da superficiali, da disimpegnati, da qualunquisti. No! Costa, costa! E’ vita da forti, da tenaci, da perseveranti, da costanti, da innamorati.
Don Attilio vi suggerisce di fare una risata qualche volta sui vostri limiti. Nessuno è perfetto e saperlo riconoscere è maturità, anche nella fede. E’ riporre fiducia e confidenza in Uno che ha vinto il mondo, il peccato, la morte e sta accanto a noi perché dove non arriviamo noi, arriva Lui.
4). Il seme è gettato, ora tocca a un Altro di farlo fruttare. Prega per coloro che ti hanno ascoltato perché la Parola sia in loro feconda.
Dopo che tu hai fatto tutto quello che dovevi fare, da protagonista anche, ritorni ad essere servo inutile, servo che non può mettere in campo pretese, guadagni da riscuotere, posti di rilievo da esigere come ricompensa. Hai fatto semplicemente quello che avresti dovuto fare e niente più. Capite miei cari giovani confratelli che se non sarete capaci di mettere in campo ogni volta il per chi avete fatto ciò che avete fatto, qualche volta sarà dura davvero accettare la sconfitta, abbassare la testa e ricominciare da capo senza aver ricevuto sul petto nessuna medaglia al valore da mostrare orgogliosi agli altri. Ma noi dobbiamo essere quelli della logica:…”e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà”.
D’altro canto diventa chiaro fin da ora che è Lui che deve crescere, non noi. Don Guanella ci ha educati a vivere con attenzione e impegno fino a mezzanotte, dando il massimo delle nostre capacità, ma poi andiamo pure a dormire, prendiamoci pure il riposo, lasciamo la scena con la certezza che Colui che veglia su di noi e sul mondo porterà a termine e nel migliore dei modi quanto da noi magari appena abbozzato.
Stupendo il consiglio finale di don Beria: prega per coloro che ti hanno ascoltato o incontrato nel tuo ministero perché ciò che hai seminato diventi fecondo. Impariamo cari confratelli a vincere l’individualismo e l’autoreferenzialità con il coinvolgimento di Dio nel nostro esercizio, qualunque esso sia. Sarai Superiore, parroco, direttore di attività, economo, padre spirituale, semplice confratello di una comunità, ricorda sempre: nessuno ti appartiene, gli altri sono tutti di Dio, i progetti che ti trovi tra le mani sono di Dio, non sei padrone di niente e di nessuno, ma servo di Dio e di tutti. Questa è la prospettiva che piano piano dovrà anche diventare entusiasmante! Al termine di ogni azione di carità prega per le persone che ti hanno ascoltato o incontrato o che tu hai servito, chiedi allo Spirito che quanto seminato in loro giunga a fruttificazione abbondante.
Certo voi entrate, oggi, in questa grande famiglia di don Guanella, 600 confratelli, 24 nazioni nelle quali siamo presenti; vi entrate a pieno titolo con la professione perpetua, ma dovete sapere da subito molto bene che non tutti quelli che ci sono già dentro sono santi! Incontrerete insieme ai santi tanti poveri, tanta miseria umana e spirituale anche tra le fila di coloro che vi hanno preceduto in questa avventura. La fragilità alberga anche nelle comunità guanelliane della nostra Congregazione, tra di noi, non ne siamo immuni!
Che fare allora…adeguarvi allo stile che troverete. Dio ve ne liberi, cari confratelli neo professanti. Davanti a lui non sarete mai giustificati dal solo fatto che gli altri fanno così, che chi dovrebbe darvi l’esempio alla fine non ve lo da! A Paolo Cristo ha detto un giorno: “Ti basta la mia grazia!”.
Dallo Spirito, oggi, siete messi nella pasta della nostra Congregazione non come semplice acqua per impastare la farina, ma come lievito, che la deve far elevare e rendere pronta a compiere quella volontà che gli verrà chiesta dal Signore; e il lievito non va mai a chiedere alla farina se vuole o non vuole lievitare, la fa lievitare e basta! Che decisione meravigliosa e profetica la vostra di questa sera con la professione religiosa: sono lievito che farò comunque lievitare la Congregazione e non perderò per nessuno motivo il valore profondo che ho ricevuto da Dio come dono e che devo trasmettere come Suo regalo agli altri.
Auguri, cari confratelli professanti, permetteteci di sognarvi così e a voi la nostra gratitudine eterna se così sarete davvero in mezzo a noi. Amen.

Padre Umberto Brugnoni

 

Auguri di Pasqua

Cari confratelli,

un breve pensiero di augurio e prospettiva per vivere concretamente la Pasqua del Signore in noi stessi e nelle nostre relazioni comunitarie. Non può che essere giocato questo augurio sulla carità che è il cuore per eccellenza del nostro carisma e spiritualità.
La carità è anzitutto «elezione», cioè amore che chiama e sceglie un popolo in vista di un progetto (cf. Ef 1,4). Cogliamo già in questo schema teologico i due aspetti contenuti nel concetto di agapē: da una parte l’iniziativa divina e dall’altra la risposta vocazionale affidata alla libertà umana. Se vuoi….
La dinamica della carità, non è più un dovere legale, ma personifica essenzialmente Cristo. In Rm 5,8 si afferma: «Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi».
L’avvenimento della salvezza è realtà da cui nulla potrà mai più separarci (cf. Rm 8,31-39): la carità si colloca nella connessione tra cristologia e soteriologia, a tal punto che Paolo definisce l’agapē «frutto dello Spirito» e soggetto delle relazioni ecclesiali (cf. 2Cor 5,14), a cui ciascun credente deve aspirare come alla «via più eccellente» (cf. 1Cor 12,31).
La carità rivelata nel mistero pasquale ed accolta nella fede diventa dinamica spirituale nel cuore dei credenti e «riassume» tutti i precetti della legge: «Il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L'amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,9-10). L’Apostolo Paolo raccomanda l’«amore reciproco e fraterno» (1Cor 9,20s.; 10,24; 13,5; Gal 6,2; Rm 12,10; 1Ts 3,3,12) ricordando che solo mediante la carità si vive il servizio (Gal 5,6.13) e si cresce nella vera ricchezza di Dio (Fil 1,9). La carità è il cuore della Chiesa e della nostra missione.
Buona Pasqua, confratelli, nell’impegno di vivere il meglio possibile la carità. Auguri!

Padre Umberto Brugnoni

Saluto a Don Ruben Dario Vargas Villamizar

Carissimi Confratelli, Consorelle, Laici guanelliani,

All’inizio di questo anno nuovo il saluto e l’augurio della pace e della serenità di Cristo.
All’alba del 6 gennaio scorso, giorno della Epifania del Signore, si è spento nell’ospedale di Moncloa di Madrid il nostro giovane confratello don Ruben Dario Vargas Villamizar. Aveva 45 anni e da 42 giorni era sacerdote del Signore. Questo giovane confratello, per il quale abbiamo tutti pregato in questi mesi della sua sofferenza e calvario, è passato in mezzo a noi lasciando in dono serenità e pace del cuore.
Dopo aver frequentato gli studi di filosofia e parte della teologia in Colombia, suo Paese di origine, era stato mandato dal Superiore provinciale a Madrid per l’esperienza del tirocinio e lì incontra e incomincia a vivere la salita al calvario nella sofferenza. Un tumore si presenta sulla sua gamba sinistra prima in forma minuscola e poi sempre in maniera più evidente. Visite all’ospedale, quattro interventi chirurgici, chemioterapia che produce sul suo volto e sulle sue mani piaghe dolorose e insopportabili. Ho visto alcune foto di quei giorni e mi è sembrato spontaneo paragonarlo al povero Giobbe.
Ha continuato, ciò nonostante, a vivere il suo servizio sia con i ragazzi di Avventura 2000 che nella nostra parrocchia san Joaquin come catechista.
In accordo con i suoi Superiori ha professato i voti religiosi in perpetuo il 26 maggio 2018 nella ricorrenza dell’Ordinazione sacerdotale del Fondatore san Luigi Guanella.
Intanto il male, purtroppo, continuava il suo percorso espandendosi in diverse parti del suo corpo. Più volte ha dovuto ricorrere ai medici e all’ospedale per essere un poco sollevato dal dolore.
In accordo con il cardinale di Madrid si è pensato di arricchire la sua vita così provata con il dono del sacerdozio e proprio nella solennità di Cristo Re dell’Universo, lo scorso 25 novembre 2018, il vescovo ausiliare di Madrid, grande amico della nostra comunità lo ha ordinato diacono e sacerdote nella stessa liturgia eucaristica.
In quella occasione don Ruben volle parlare con il Consiglio provinciale e il Padre generale presenti in Madrid per la sua ordinazione.
Con tanta serenità e pace del cuore comunicava la sua convinzione che il male lo stava portando al termine del suo cammino, la disponibilità a offrire la sua vita per il bene della Congregazione. Comunicò anche il suo desiderio di poter essere sepolto nella tomba dove altri confratelli guanelliani già riposavano nella pace e in attesa della risurrezione.
Il giorno 25 novembre fu una giornata di grande manifestazione di fede sia da parte di Ruben che del popolo della nostra parrocchia accorso numeroso per stringersi attorno a lui. Era felice, e lo manifestò più volte e in più modi quel giorno, per il regalo che indegnamente gli era stato fatto dal Signore e dalla chiesa.
Il giorno dopo celebrò la sua prima Messa nella semplicità di un giorno feriale, con poca gente, ma con tutta la sua attenzione e partecipazione al mistero che si stava realizzando nelle sue mani. Ringraziò ancora Dio e tutti noi presenti per il dono ricevuto.
E continuò questa serenità e dedizione nel celebrare la cena del Signore fino all’ultimo giorno della sua vita. La sera del 5 gennaio scorso aveva infatti presieduto la Messa della vigilia dell’Epifania con la solita gioia e passione spirituale.
Poi durante la serata un suo improvviso malessere ha costretto i confratelli a ricoverarlo d’urgenza all’ospedale dove, dopo meno di 30 minuti, rendeva la sua bella anima a Dio-Padre.
La stessa sera della Epifania il saluto, nella celebrazione eucaristica, di tanti fratelli e sorelle che gli hanno voluto bene. La presenza del suo vescovo consacrante che commosso ha esordito: pochi giorni fa ti ho trasmesso lo spirito dell’ordine sacro ora ti immetto nella realtà del cielo a contemplare per sempre Cristo sacerdote.
Le ceneri di don Ruben raccolte in un’urna, come desiderato da sua madre, partiranno per la Colombia nei prossimi giorni. Desiderava tanto far visita alla sua famiglia e al suo popolo come sacerdote per una celebrazione eucaristica con loro, ora li raggiunge per restare sempre con loro come seme fecondo di fede e di amore.

Quale la sua eredità spirituale, amici?
1). Fede in Dio Padre-provvidente
2). Amore alla Congregazione per la quale è stato pronto al sacrificio della vita
3). Soffrire nel corpo ma con la serenità sul volto
4) Teso con speranza verso l’incontro felice con Dio Padre.

Ha terminato la sua corsa proprio all’alba della grande solennità della Epifania; ha voluto seguire la sua stella che attraverso tante vicende lo ha condotto fino alla sua Betlemme. Là dove appunto la stella si è posata, don Ruben ha voluto entrare per restare sempre con il suo Signore.
Grazie Ruben per la tua preziosa testimonianza.
La tua Famiglia religiosa è fiera di averti avuto come figlio in questi anni del tuo cammino vocazionale ed è orgogliosa oggi di presentare te come esempio a chi resta ancora sul cammino dietro la propria stella in attesa del grande incontro della eternità.
A te affidiamo l’intera Famiglia guanelliana sparsa in tutto il mondo. Intercedi per lei presso il Padre perché sappia effondere sugli uomini che incontra e serve l’amore paterno e misericordioso di Dio.
Riposa in pace Ruben in attesa della Risurrezione finale.
La tua Famiglia religiosa.

Roma 9 gennaio 2019

Padre Umberto.