Riflessioni del Superiore Generale - Opera don Guanella

24 Marzo 1908: Una notte non più dimenticata

Cari Confratelli,
Si avvicina la data a noi cara della Vigilia dell’Annunciazione e vorrei orientare l’attenzione di tutti noi a quel momento che la tradizione ha scolpito come pietra miliare della nostra piccola storia di Congregazione, il 24 marzo 1908.
Nel 1928, ricordando il ventesimo anniversario di quell’evento, don Mazzucchi ricordava commosso i sentimenti di quella “notte non più dimenticata”, lui che era il più giovane dei dodici confratelli che professarono, avendo solo 24 anni di età e poco più di due anni di ordinazione.

I sentimenti del Fondatore, al di lá delle circostanze
Non voglio ricostruire gli eventi dal punto di vista storico perchè non è il mio campo di riflessione e rimando per questo ad alcuni studi già noti e in parte pubblicati, a firma di don Bruno Capparoni, di don Nino Minetti, di Suor Michela Carrozzino, di Fabio Pallotta, e altri prima ancora, tutti pregevoli e dettagliati.
Credo, tuttavia, che dovremmo dedicare maggiore attenzione e una ricerca più mirata allo sviluppo storico della nostra Congregazione sotto il profilo interiore del Fondatore.
Se è interessante seguire lo sviluppo esteriore degli avvenimenti che portarono dopo non poche fatiche e sofferenze, alla professione dei voti religiosi di quella sera del 24 marzo 1908, mi pare molto più utile rintracciare la risonanza interiore di quei giorni nell’animo del Fondatore. L’epistolario di don Luigi, soprattutto nel carteggio con il redentorista padre Claudio Benedetti, e il n. 18 della collana Saggi storici, che anch’io ho appena riletto, ci offre una pista privilegiata per intravedere come il Fondatore attraversava le prove del cammino e intuire la luce che lo guidava, a dispetto delle contrarietà, dei dispiaceri, delle strettezze di vedute di molti suoi contemporanei.
Quello che mi sorprende è che dentro una molteplicità di eventi e di incontri, non tutti benevoli, don Guanella porta a termine la sua missione. Forte della certezza del Padre, avanza contro corrente, portando a compimento la sua promessa di costruire la sua famiglia religiosa nella fedeltà alla Chiesa, dentro la Chiesa, mai fuori o contro, mai in parallelo.

L’incontro con un amico
Molto spesso così ci accompagna il Signore, col dono di un amico, così ci visita coi suoi angeli. Da anni don Luigi correva da un ufficio all’altro della Curia romana. Molte volte aveva dovuto salire e scendere le scale del nuovo dicastero per gli Istituti religiosi, a giorni euforico per le promesse ricevute e a giorni rattristato per le complicazioni che sorgevano.
Dio buono gli fece incontrare padre Claudio Benedetti, che lavorava a quel dicastero come consultore; un uomo che seppe guidare don Luigi e la congregazione nell’iter verso l’approvazione e la stabilità.
Tra i due nasce un’intesa eccezionale e nel loro carteggio troviamo rimproveri, ammonizioni, frasi anche forti, come pure delicatezze, ringraziamenti commossi e autentiche perle spirituali. La situazione si rovescia con la morte di don Guanella e padre Benedetti, che prima era guida e maestro, si trasforma in discepolo devoto e affezionato al punto di voler scrivere di suo pugno la testimonianza per i Processi perchè le cose andavano per le lunghe e lui, anziano, temeva di morire e non poter arrivare a esternare l’ammirazione per un santo.
Scrisse di don Luigi, nella sua eccezionale testimonianza, usando dieci aggettivi per noi oggi tanto utili e propositivi:

“Fino alla sua preziosa morte egli nulla fece senza il mio parere, senza il mio consiglio…
Se io, seguendo l’indole, talvolta era diffuso, egli sempre prudente, parco, ponderato; se la foga del mio dire mi portava a qualche gesto smodato, a qualche parola d’impazienza, a qualsiasi moto primo, egli sempre, nel venire, nell’andare, nel conversare, in qualunque azione, in qualunque tratto, umile, dimesso, paziente, mite, inalterabile, riconoscente, grato, esemplare tanto, che nei tanti anni che l’ho trattato, e sì frequentemente, non potrei dire di aver notato in lui una menda da correggersi, un neo…era un santo!”(Testimonianza Claudio Benedetti, Saggi Storici n. 18, pag 259).

Emerge da queste parole tutto l’animo di don Guanella ed è il punto sul quale vorrei esortare tutti. Entriamo nel suo cuore, apprendiamo il suo modo di stare in rapporto con Dio, con le persone, con i fatti della vita.
Era certamente la scuola spirituale dell’Imitazione di Cristo e di Sant’Ignazio che nei suoi Esercizi Spirituali parlava di ’indifferenza’, essere indifferenti ai propri gusti per essere obbedienti alla volontà di Dio, guardare con gli occhi di Dio e fuori da prospettive parziali.
Don Guanella aveva assimilato da quella spiritualità, che tanto lo affascinava, che lo scopo della vita spirituale e del discernimento consisteva prima nel liberarsi dagli affetti disordinati e solo dopo nel disporsi a cercare la volontà di Dio nell’organizzazione della propria vita.
Per un buon discernimento l’indifferenza, che si ottiene morendo un poco ai propri desideri, è necessaria, altrimenti -dice l’Imitazione- la tristezza è alla porta per ciò che non si ottiene, si può diventare aggressivi se qualcuno si oppone a noi e non ci accontenta. In altre parole si diventa schiavi e si rischia di parlare e agire -dice Sant’Ignazio- secondo lo spirito malvagio e non secondo lo spirito buono.
Chiedo a tutti voi, cari Confratelli, specie in questo tempo quaresimale, di riflettere insieme con me su questa operazione di liberarsi dagli affetti disordinati per raggiungere una sana indifferenza che non è passività, ma libertà perchè significa dire no a certi desideri che ci assillano e ci tengono in schiavitù, come le nostre visioni esasperate, i capricci, i puntigli, le ambizioni smodate che possono rivelare un desiderio di potere, l’insistenza su metodi e stili che ci hanno già fatto male, lo schierarci a favore di qualcuno o contro qualcun altro come nelle peggiori tifoserie sportive, il ricatto sottile per cui o uno è accontentato in quello che chiede o lascia tutto, il confrontarsi con gli altri e pensare sempre di essere vittime di ingiustizie e incomprensioni, la tendenza a giudicare i comportamenti altrui senza mai entrare nel profondo di sè e pescare nel torbido del proprio cuore.
A volte mi pare che la tentazione più frequente e più pericolosa tra noi sia quella di credere che sia la struttura a non funzionare, il governo centrale o provinciale o locale, l’organizzazione, la distribuzione dei ruoli. Cari confratelli, la struttura è struttura ed è funzionale e mai troveremo quella impeccabile, ma è il cuore che deve cambiare e la quaresima ce lo ricorda continuamente.
Ci ricorda di non cercare fuori il difetto del congegno, ma dentro.

Quella sera con Maria
Umiliazioni e attese infinite, rimproveri, dubbi, avevano segnato quei dieci o dodici anni che durò l’iter dell’approvazione e poi c’era da trascinare i fratelli, convincere o esortare, perchè per alcuni quella professione non aveva senso e non era necessaria.
Con voi, allora, vorrei interrogare il nostro padre, don Luigi.
Come hai vissuto quelle ore don Guanella? Che ti ha detto il Signore? Tu cosa gli hai risposto?
Potremmo interrogare i compagni di quella notte, don Mazzucchi più di ogni altro, che sul Charitas a più riprese e nella sua biografia racconta di quella vigilia dell’Annunciazione, piena della gioia di Maria ma anche della sua sorpresa, delle domande sul futuro, di qualche piccola paura, di qualche ragionevole dubbio.
Don Guanella ci consegnò la devozione alla Madonna della Provvidenza, alla Madonna del Lavoro, ma il primo titolo che aveva quasi stregato il suo giovane cuore era quello dell’Immacolata Concezione di Maria. Aveva dodici anni quando fu proclamato il dogma e neppure sedici quando iniziarono le apparizioni di Lourdes che lo affascinarono sempre.
Anche in quell’inverno 1908, qualche settimana prima della famosa professione di Como, aveva fatto erigere un oratorio alla Madonna di Lourdes nella casa di San Pancrazio, proprio l’11 febbraio e non era il primo, poichè quell’immagine era venerata in quasi tutte le sue case.
Non vi sembra che possa aver imparato tanto da quella storia della ragazzina presa per pazza e visionaria, del suo parroco Peyramale prudente e lento, dei nemici pronti a diffamare, deridere, condannare? Davanti alle vicende della sua storia a me sembra proprio che don Luigi ne aveva fatto un suo programma di vita stimolante: fidarsi di Dio, attendere, pregare, insistere senza stancarsi.
Don Mazzuchi racconta di quella sera.
Avevano organizzato tre giorni di ritiro predicati da don Luigi. Il martedì 24 marzo, di sera, professarono e alla fine don Luigi volle parlare ancora, tra le lacrime di tutti. Scrive don Mazzucchi:
“Quando lo udimmo ringraziarci commosso, egli il martire di tante fatiche e di tanti dolori passati…, il padre sempre generoso di compatimento e inestimabile nel suo amore per noi colpevoli di riluttanze e di indolenze spirituali…; quando lo udimmo ringraziarci… , oh! allora il nostro cuore non ne potè più e versammo lacrime di amore, di tripudio santo, di pentimento, di riconoscenza, che ci segnarono nell’anima un solco da non cancellarsi mai”.
Non si è ancora cancellato quel solco, ci stiamo dentro anche noi, forse meno commossi, ma ci stiamo dentro.
Chiedo a tutti, cari Confratelli, di ripensare la nostra consacrazione come una fortuna con la gratitudine di chi è stato raggiunto, senza troppo merito, da una proposta di Paradiso.
Alle comunità che possono farlo chiedo di riunirsi davanti al Signore e leggere insieme quella pagina della Biografia scritta da don Mazzucchi.

Grazie don Luigi.
A te, ai compagni di allora, a quelli delle generazioni successive che sono arrivate fino a noi.
Maria veglia con la tua Provvidenza di madre su questi figli che siamo noi.
Donaci altri ragazzi, giovani, commossi e capaci, come quelli di quella sera, di mettere in gioco la loro gioventù per Dio e per la causa dei poveri e facci degni di riceverli e sostenerli nel cammino.
Buon anniversario della nostra nascita come religiosi.


Roma, 24 marzo 2019

Padre Umberto Brugnoni

"Come morire?"

Al termine delle litanie dei Santi, esprimiamo la nostra fede con una petitio sulla morte che ci fa dire: “A subitanea morte, libera nos Domine” “da una morte improvvisa e senza preparazione, salvaci o Signore”.
Essere preso all’improvviso, senza essere preparato, è un danno supremo da cui ogni uomo vorrebbe essere liberato. Ogni uomo desidererebbe, infatti, essere avvisato, essere pronto per questo evento ultimo della sua vita. Vorrebbe che quando e come morire fosse una propria decisione. Ma non accade così, ed è giusto! Se dovessimo chiedere invece a un non credente di formulare la sua litania, la petizione si invertirebbe, senza dubbio in: dammi una morte improvvisa e senza preparazione. È desiderata una morte improvvisa, per non lasciar tempo ad una riflessione o una sofferenza prolungata, difficile da accettare e che potrebbe anche aiutare a cambiare pensiero, a convertirsi.
La tappa della morte ci insegna che viviamo in una società dove l’attitudine verso la morte sembra un tabù, una cosa nascosta, indicibile, direi anche da molti indesiderabile. La malattia e la morte sono divenute puramente problemi tecnologici, gestiti da persone o istituti tecnici specializzati e sappiamo quanto si è sviluppata in questo senso la medicina e quanto alcune correnti politiche spingono per scelte più radicali. La morte nella nostra società cessa di essere un tema anche spirituale e rimane spesso solo problema fisico da affrontare per evitare l’incremento della sofferenza.
Quanto invece dovrebbe suscitare in noi una grande consapevolezza che evitare o meno di affrontare il tema della fine della vita deriva dal rapporto che ogni uomo ha con se stesso. La memoria mortis non ha niente a che vedere con la tristezza, la paura, l’annientamento ma, come diceva Mozart, deve essere la chiave attraverso cui leggere ogni giorno il senso della nostra vita. La vita eterna non si raggiunge automaticamente, ma passa necessariamente attraverso il giudizio di Dio, un giudizio certo misericordioso che tuttavia non ci esenta dal compiere le nostre scelte di vita quotidiana con serietà e responsabilità.
Don Guanella nell’operetta “Sulla tomba dei morti” del 1883 scrive che “la vita dell’uomo in terra è un’ora che Dio buono concede perché ci si disponga alla eternità. No, no, non avete in questo mondo città di dimora. Siete pellegrini, dovete affettarvi come pellegrini. Conservatevi sgravati dal peso di peccato, vestite indumenti di virtù, sceglietevi guide celesti, un angelo tutelare, e poi affrettate il passo”.
Noi guanelliani, proprio per fedeltà al nostro carisma dobbiamo vivere, e far vivere a chi sta con noi, questo atteggiamento di consapevolezza della importanza della morte e l’esigenza di prepararsi soprattutto spiritualmente a questa tappa della nostra esistenza. E’ nostro dovere, per fedeltà alla volontà del Fondatore, promuovere questa sensibilità nella gente che accostiamo e interessarci per essere presenti là dove l’uomo sofferente sta giocando l’estrema partita della sua esistenza. Spesso è il momento della solitudine più nera, dove accanto al morente ci sono solo figure interessate per lavoro alla sua salute, ma normalmente senza alcun interesse di affetto e di partecipazione al suo dolore. Papa Benedetto ha infuso speranza in questi fratelli e sorelle nel dolore quando nella notte di Pasqua di qualche anno fa nella Omelia, facendo parlare il Risorto, trasmise quella felice notizia pasquale: “Sono risorto e ora sono sempre con te. La mia mano ti sorregge. Ovunque tu possa cadere, cadrai nelle mie mani. Sono presente perfino alla porta della morte, là dove nessuno può più accompagnarti e dove tu non puoi portare niente, là ti aspetto io e trasformo per te le tenebre in luce” (Benedetto XVI, Veglia pasquale 2007).
Una volta i giornalisti hanno chiesto a Madre Teresa quale fosse stato il giorno più felice della sua vita? Tutti aspettavano che lei dicesse: il giorno della mia prima professione o il primo giorno in cui uscii dalla mia patria”. Ma lei rispose dicendo: “oggi”, proprio oggi è il giorno più bello della mia vita. Ogni giorno lo vivo con grande cautela e con gioia come se non venisse più nessun domani. Vale dunque la pena vivere la vita con i suoi dolori, le fatiche e le gioie di ogni giorno come se non ci dovesse essere più un domani. Vale cogliere le opportunità che il Signore semina ogni giorno sul percorso della nostra vita, gustarli in pienezza ma come propedeutici a quell’ultimo giorno, a quella tappa della vita così significativa e tremenda allo stesso tempo.
Il Fondatore, parlando del fine primario del nostro Istituto invitava noi religiosi e religiose guanelliani al combattimento quotidiano verso la santità finale; scriveva: “La dottrina dei Consigli evangelici che è il compendio delle virtù esercitate da Gesù Cristo stesso, è divenuta la famosa dottrina dei veri savi e sapienti cristiani e la pratica di questa dottrina, pratica energica sino all’eroismo, pratica perseverante sino alla fine di vita, perfeziona i santi nella Chiesa di Gesù Cristo e li glorifica nel paradiso beato” (DLG, Del fine primario dell’Istituto)
Vale la pena anche lasciarsi ispirare nel vivere così orientati verso la morte da chi ci ha preceduto in questo stesso compito ed è riuscito a viverlo in pienezza. La loro morte ci deve dunque ispirare a vivere l’oggi proiettati all’attesa dell’ultimo giorno, a giocarci completamente nelle esigenze del Vangelo oggi per raccogliere domani, a metterci al servizio degli altri, a riconciliarci con i fratelli e con Dio, per vincere l’odio e raccogliere domani l’amore.
Oggi noi Servi della Carità facciamo memoria del 25° anniversario della morte di don Pietro Rech: prete semplice, gioioso che ha saputo fare della sua vita sacerdotale una dedizione appassionata alla musica e al servizio dell’altare. Semplici compiti: suonare l’organo nelle celebrazioni nella Basilica di San Giuseppe al Trionfale e seguire i ministranti nel servizio all’altare. Ha santificato i suoi ultimi anni di vita e si è preparato all’incontro con il Signore attraverso questo semplice ministero. Quanta è vera la frase di Don Guanella quando diceva: “Non è importante il tanto che si fa, ma è l’amore che si mette nel farlo”.
Un nostro giovane confratello chiamato alla Vita in modo tragico due anni fa, ci testimoniava la sua fiducia nel soccorso divino: “Il giorno della morte di mia madre una donna del mio paese mi ha presentato le condoglianze evidenziando il mio nuovo stato di orfano, ed io mi sentii in quel momento di rispondergli: ‘non sono senza la mamma, non sono orfano. So che la Madonna è la mia mamma e che a lei devo tutto, perché ha camminato con me fino ad oggi. Senza il suo supporto sarei morto”.
Che gli esempi dei confratelli, delle consorelle, dei Cooperatori e dei ragazzi e ragazze delle nostre Case che ci hanno preceduti nel Regno eterno, ci spronino ogni giorno, nel camminare verso il Regno, a fare della nostra vita una sintesi vivente e meravigliosa del dire e del fare del Signore Gesù. Amen.

Ottobre Guanelliano: tanti motivi per raccordare la nostra Preghiera…

Cari Confratelli,
E’ iniziato ieri il mese di ottobre, mese tanto particolare a tutta la chiesa per la sua sensibilità mariana e missionaria. Vorrei raggiungervi in tutte le località del mondo guanelliano per offrirvi motivi di impegno nella preghiera in questo mese.

1). E’ il mese della Festa del nostro santo Fondatore e come sua famiglia vogliamo prepararci a questa felice memoria. Ritengo che il modo migliore sia proprio quello della preghiera personale e comunitaria nella fedeltà quotidiana alla recita del santo Rosario. Preghiera tanto cara al Fondatore e tanto inculcata dalla sua spiritualità. Le nostre Costituzioni ce lo ricordano: “Con la chiesa la contempliamo nei suoi misteri e ogni giorno, con il santo rosario, l’Angelus o in altro modo, la invochiamo, gioiosi di averla madre della nostra fraternità” (C.35). Tanto più che Papa Francesco ci ha esortati in questo mese di ottobre a terminare sempre la recita del santo Rosario con l’antifona mariana: “sotto la tua protezione cerchiamo rifugio santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova e liberaci da ogni pericolo, o vergine gloriosa e benedetta” e la preghiera all’arcangelo Michele perché difenda la chiesa nella lotta contro il male.
2). Un secondo motivo è la celebrazione del prossimo Sinodo dei vescovi sul tema dei Giovani che proprio domani prenderà qui a Roma il via. “I Giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Tema esaltante ma anche di tanta preoccupazione per tutti. Quella dei giovani e del discernimento vocazionale è una delle priorità sottolineata dai nostri ultimi Capitoli generali e provinciali. I giovani ci stanno davvero a cuore, ma non sempre sappiamo come stare con loro, cosa fare per loro, come farli entrare nelle nostre comunità rendendoli anche protagonisti, come camminare loro accanto nella ricerca della volontà di Dio su di noi e su di loro. D’altro canto il discernimento è proprio un imparare a decifrare come Dio mi si comunica e mi salva. Teniamo presente in questi giorni questo appuntamento così importante e affidiamolo a Maria madre della Chiesa.
3). Un terzo motivo di questo raccordo di preghiera è la salute di un nostro caro confratello colombiano: Vargas Villamizar Ruben Dario. Professo perpetuo dallo scorso mese di maggio, si trova nella comunità di Madrid, per motivi di salute. Sottoposto già a vari interventi chirurgici per cercare di sradicare un tumore, Ruben sta combattendo la sua battaglia con serenità e grande testimonianza di fede per chi lo va ad incontrare.
Vogliamo portare alla vostra conoscenza anche la stessa malattia di una cooperatrice di Madrid, la signora Amparo Fernandez, moglie del presidente del gruppo dei Cooperatori della Spagna. Affidiamo questa duplice intenzione alla intercessione di Fratel Giovanni Vaccari. La Provincia Nostra Signora di Guadalupe ha lanciato l’iniziativa di pregare una novena in questo mese di ottobre per questo motivo. Raccogliamo come congregazione questo invito lasciando ad ogni comunità organizzarsi come crede più opportuno.
4). C’è anche una quarta intenzione. La prossima domenica, 7 ottobre, si inaugurerà il Centro Missionario Guanelliano (CMG), voluto dal nostro XX CG con questa motivazione: “Organismo dipendente dal Consiglio generale e in rete con le Province e la Vice Provincia, atto a mantener desta la sensibilità missionaria della chiesa in tutte le aree geografiche della Congregazione e, quando necessario, a sostenere le realtà che necessitano di aiuti”(Mozione 9). Chiedo ad ogni Provincia di rendersi collaborante con il CMG e di sostenerne l’inizio e lo sviluppo. Direttore sarà don Luigi De Giambattista, segretario don Adriano Folonaro e l’ufficio centrale sarà presso il nostro Seminario teologico di Roma. Anche le nostre Suore hanno espresso soddisfazione e volontà di entrare in gioco con noi in questa bella esperienza di animazione missionaria. Affido alla vostra preghiera tutti i confratelli missionari lontani dalla propria Patria, e spesso anche in difficoltà di salute e di possibilità economiche. E’ vero che ognuno di noi è missionario là dove vive e opera, ma vorremmo tener presenti in questo mese specialmente quelli che vivono lontano, ancora in difficoltà ambientali, culturali, economiche. Siamo vicini a loro con l’affetto dell’essere unica famiglia e dell’appartenerci vicendevolmente.
Grazie confratelli per quanto impegnerete della vostra preghiera in questo mese di ottobre per queste intenzioni. A tutti un cordiale saluto e l’augurio di bene a nome del Consiglio generale.

Roma, 2 ottobre 2018 – Santi Angeli custodi

Padre Umberto.

Saluto a Don Ruben Dario Vargas Villamizar

Carissimi Confratelli, Consorelle, Laici guanelliani,

All’inizio di questo anno nuovo il saluto e l’augurio della pace e della serenità di Cristo.
All’alba del 6 gennaio scorso, giorno della Epifania del Signore, si è spento nell’ospedale di Moncloa di Madrid il nostro giovane confratello don Ruben Dario Vargas Villamizar. Aveva 45 anni e da 42 giorni era sacerdote del Signore. Questo giovane confratello, per il quale abbiamo tutti pregato in questi mesi della sua sofferenza e calvario, è passato in mezzo a noi lasciando in dono serenità e pace del cuore.
Dopo aver frequentato gli studi di filosofia e parte della teologia in Colombia, suo Paese di origine, era stato mandato dal Superiore provinciale a Madrid per l’esperienza del tirocinio e lì incontra e incomincia a vivere la salita al calvario nella sofferenza. Un tumore si presenta sulla sua gamba sinistra prima in forma minuscola e poi sempre in maniera più evidente. Visite all’ospedale, quattro interventi chirurgici, chemioterapia che produce sul suo volto e sulle sue mani piaghe dolorose e insopportabili. Ho visto alcune foto di quei giorni e mi è sembrato spontaneo paragonarlo al povero Giobbe.
Ha continuato, ciò nonostante, a vivere il suo servizio sia con i ragazzi di Avventura 2000 che nella nostra parrocchia san Joaquin come catechista.
In accordo con i suoi Superiori ha professato i voti religiosi in perpetuo il 26 maggio 2018 nella ricorrenza dell’Ordinazione sacerdotale del Fondatore san Luigi Guanella.
Intanto il male, purtroppo, continuava il suo percorso espandendosi in diverse parti del suo corpo. Più volte ha dovuto ricorrere ai medici e all’ospedale per essere un poco sollevato dal dolore.
In accordo con il cardinale di Madrid si è pensato di arricchire la sua vita così provata con il dono del sacerdozio e proprio nella solennità di Cristo Re dell’Universo, lo scorso 25 novembre 2018, il vescovo ausiliare di Madrid, grande amico della nostra comunità lo ha ordinato diacono e sacerdote nella stessa liturgia eucaristica.
In quella occasione don Ruben volle parlare con il Consiglio provinciale e il Padre generale presenti in Madrid per la sua ordinazione.
Con tanta serenità e pace del cuore comunicava la sua convinzione che il male lo stava portando al termine del suo cammino, la disponibilità a offrire la sua vita per il bene della Congregazione. Comunicò anche il suo desiderio di poter essere sepolto nella tomba dove altri confratelli guanelliani già riposavano nella pace e in attesa della risurrezione.
Il giorno 25 novembre fu una giornata di grande manifestazione di fede sia da parte di Ruben che del popolo della nostra parrocchia accorso numeroso per stringersi attorno a lui. Era felice, e lo manifestò più volte e in più modi quel giorno, per il regalo che indegnamente gli era stato fatto dal Signore e dalla chiesa.
Il giorno dopo celebrò la sua prima Messa nella semplicità di un giorno feriale, con poca gente, ma con tutta la sua attenzione e partecipazione al mistero che si stava realizzando nelle sue mani. Ringraziò ancora Dio e tutti noi presenti per il dono ricevuto.
E continuò questa serenità e dedizione nel celebrare la cena del Signore fino all’ultimo giorno della sua vita. La sera del 5 gennaio scorso aveva infatti presieduto la Messa della vigilia dell’Epifania con la solita gioia e passione spirituale.
Poi durante la serata un suo improvviso malessere ha costretto i confratelli a ricoverarlo d’urgenza all’ospedale dove, dopo meno di 30 minuti, rendeva la sua bella anima a Dio-Padre.
La stessa sera della Epifania il saluto, nella celebrazione eucaristica, di tanti fratelli e sorelle che gli hanno voluto bene. La presenza del suo vescovo consacrante che commosso ha esordito: pochi giorni fa ti ho trasmesso lo spirito dell’ordine sacro ora ti immetto nella realtà del cielo a contemplare per sempre Cristo sacerdote.
Le ceneri di don Ruben raccolte in un’urna, come desiderato da sua madre, partiranno per la Colombia nei prossimi giorni. Desiderava tanto far visita alla sua famiglia e al suo popolo come sacerdote per una celebrazione eucaristica con loro, ora li raggiunge per restare sempre con loro come seme fecondo di fede e di amore.

Quale la sua eredità spirituale, amici?
1). Fede in Dio Padre-provvidente
2). Amore alla Congregazione per la quale è stato pronto al sacrificio della vita
3). Soffrire nel corpo ma con la serenità sul volto
4) Teso con speranza verso l’incontro felice con Dio Padre.

Ha terminato la sua corsa proprio all’alba della grande solennità della Epifania; ha voluto seguire la sua stella che attraverso tante vicende lo ha condotto fino alla sua Betlemme. Là dove appunto la stella si è posata, don Ruben ha voluto entrare per restare sempre con il suo Signore.
Grazie Ruben per la tua preziosa testimonianza.
La tua Famiglia religiosa è fiera di averti avuto come figlio in questi anni del tuo cammino vocazionale ed è orgogliosa oggi di presentare te come esempio a chi resta ancora sul cammino dietro la propria stella in attesa del grande incontro della eternità.
A te affidiamo l’intera Famiglia guanelliana sparsa in tutto il mondo. Intercedi per lei presso il Padre perché sappia effondere sugli uomini che incontra e serve l’amore paterno e misericordioso di Dio.
Riposa in pace Ruben in attesa della Risurrezione finale.
La tua Famiglia religiosa.

Roma 9 gennaio 2019

Padre Umberto.

Omelia XX Capitolo 28 Aprile 2018

Don Umberto: Sia Lodato Gesù Cristo
Assemblea: Sempre sia Lodato
Don Umberto: Beh, non nascondo un po di emozione e di fatica a prendere la parola in questo contesto, però un pensierino semplice penso di poterlo dire e vorrei partire dalla pagina evangelica che abbiamo ascoltato e soprattutto dall’interrogativo che Gesù fa all’apostolo e che mi frulla dalla testa da ieri, quando sono andato a leggere le letture di questa giornata. “Da tanto tempo sono con te e non mi conosci…chi ha visto me ha visto il Padre”. Ed è proprio questo interrogativo che mi ha fatto riflettere nel rileggere brevissimamente il nostro Capitolo nelle sue tematiche come risposta a quell’interrogativo.
Mi è piaciuto un confratello che durante la nostra assemblea ha raccontato un episodio semplice ma che è avvenuto già tante altre volte, la gente che entra in casa nostra e che meravigliata dice: “Ma voi avete qualcosa che non hanno gli altri, c’è qualcosa nella vostra testimonianza che attrae di più degli altri”. Ecco la nostra presenza Guanelliana nelle Comunità sparse ormai nei cinque continenti, suscita interesse, provoca l’interrogativo: “chi è che mi sta davanti, perché agisce così, quale scopo ha posto alla sua vita nel compiere quello che fa”. Se fossimo tutti capaci, e lo siamo in fondo, perché magari è per debolezza o tale che non realizziamo tutto del nostro Carisma ma la buona volontà c'è, se potessimo rispondere, quello che vedi dentro di me, quello che vedi nelle mie azioni, è opera di Dio. E' il Dio che fa il mio Fondatore, perché ecco i tre temi del Capitolo: Carisma, Interculturalità e Profezia, erano le tre tematiche che abbiamo sviluppato in questi giorni, perché ho ricevuto un Carisma, qualcuno in fondo si domanderà, che cos'è il Carisma, giustamente, è un regalo, è un dono che Dio ha fatto a ciascuno di noi, e questo dono, questo regalo lo ha fatto prima al Fondatore, San Luigi Guanella e poi a ciascuno di noi. E in che cosa consiste questo dono, avere un cuore di Padre Misericordioso. Allora ciò che dovrebbe venir fuori, trasparire, inondare le persone che ci avvicinano è proprio questa "paternità misericordiosa" che non è nostra. Ce l'ha regalata Dio, ci ha contraddistinti nei confronti degli altri, attraverso questa "paternità misericordiosa". Questo dono sublime ricevuto dal Fondatore e adesso consegnato con la nostra risposta alla chiamata che Dio ci ha fatto a ciascuno di noi. Che bello allora, pensare spesso a questo dono che ha le sue esigenze, deve essere testimoniato, deve essere vissuto, saremmo provocatori di questa umanità, di questa società, nella misura in cui noi vivremo questo Carisma perché siamo nati per questo, siamo nel mondo per questo, Dio ha inseguito la chiamata alla sequela di Suo Figlio in un contesto umano che portava già dentro di sé la progettualità per questa paternità, allora è una ricchezza in più, è un aumento di grazia è uno specificare meglio un progetto che Dio aveva già depositato come dono della sua paternità nel cuore di Gesù tra di noi. Si, abbiamo risposto quando ci ha chiamato e questo dono ha incominciato a svilupparsi e ad essere testimoniato con la nostra vita. Poi abbiamo parlato della Interculturalità, cioè l'incontro di più culture, e allora pensando a questo tema, certo la pagina evangelica ci presentava gli Apostoli che non arrivavano da continenti diversi, erano racchiusi nel "fazzoletto" della Palestina no? Però avevano caratteristiche diverse, avevano missioni da compiere diverse e non è stato facile sicuramente anche per la prima Comunità di Gerusalemme stare insieme, nonostante avessero come Maestro Gesù di Nazareth. Le difficoltà saranno emerse, e lo dicono gli atti, anche fra di loro. L'incontro di più culture, il bello del Carisma è che il Padre non lo ha dato soltanto a Don Guanella o ai preti italiani della sua terra, ma guarda caso questo amore, questo cuore fraterno di Dio allargato agli orizzonti del dono della paternità misericordiosa al mondo intero. Guardate amici che siete in fondo, guardate che sono qui presenti, membri del XX Capitolo Generale, arrivano da varie parti della terra, ognuno porta dentro di sé descritta la sua cultura, la mentalità uno stile di vita, un riferimento a dei valori recepiti all'interno della propria famiglia e che lo hanno sempre nutrito ma che ad un certo momento no sono più bastati, quando, risposto al Signore che li chiamava, hanno sentito l'esigenza di inserirsi dentro in un grande contesto di Famiglia allargata dove ciò che fa da collante è la Carità, il Vangelo, è Gesù Cristo. Interculturalità, culture che si incontrano per condividere un epicentro che da valore e consistenza in ogni latitudine della terra a quello che siamo chiamati ad essere: Guanelliani. E allora è bello vedere che con lo sforzo, perché non è facile mettere insieme i valori interculturali, però alla luce di questa paternità di Dio, di questo valore del Vangelo, è bello vedere lo sforzo in ciascuno di realizzare quello che il Vangelo ci dice, cercando di interpretarlo e poi di capirlo e poi di applicarlo alla propria cultura, e nasce uno stile di famiglia che è interculturale. Per cui i valori che portiamo dentro e che volgiamo annunciare come Famiglia Guanelliana sono valori trans-culturali, arrivano dappertutto, tutti capiscono e tutti nel servizio del Vangelo sono capaci di applicarli nella propria vita. E poi la terza parolina che è un valore grande è la Profezia e mi sono chiesto: "Chi è il Profeta?", per far capire a voi la in fondo, e i Confratelli lo insegnano bene, qui abbiamo molti sapienti anche nella Bibbia, nella Sacra Scrittura, a chi è in fondo, che cos'è il Profeta, chi è il Profeta, vorrei chiederlo anche ai (10,55?), chi è il Profeta, è uno che parla, è uno che annuncia, cioè dice con una certa forza, valori, messaggi, ma che non sono suoi. Perché tante volte il Profeta soffre in prima persona il messaggio di altri nella sua vita, deve cioè fare una formazione, una educazione all'annuncio che deve dare a se stesso alla propria esperienza. Essere Profezia oggi, è far capire la bellezza di questo Carisma che non è nostro ma è di Dio consegnato a noi e alla gente che vive accanto. Profeta è colui che risolve l'interrogativo del Vangelo. Agisco così perché sono un Guanelliano, riconosco in quell'Uomo, nella sua Profezia, nella sua testimonianza, la Guanellianità, il dono di un Carisma del Padre. Essere profeti oggi alle volte comporta sacrificio, persecuzione e non essere capiti, ma il Profeta che trae forza da Colui che lo ha mandato e abbiamo detto che la sorgente della nostra identità sta nella paternità di Dio che ci accompagna. Quando noi siamo fedeli a questa presenza di Dio, la nostra vita, risplende dice (13,11?), "...diventa trasparenza del dire e del fare di Gesù. Da tempo sono con te non mi hai ancora conosciuto? Chi vede me vede il Padre". E' l'augurio che faccio davvero con tutto il cuore ai miei confratelli che da oggi ritorneranno nelle loro comunità nelle loro Nazioni. Portate via questa esigenza, l'avete detto anche voi con espressioni belle, entusiasmanti, "E' bello essere Guanelliano", il mio compito è far leggere nella mia vita la Paternità di un Dio che ha scelto me per dire ad ogni uomo della terra, soprattutto i più poveri, che sono i prediletti delle nostre attenzioni, c'è Dio che Vi ama, ed io do la mia mano, il mio cuore, la mia mente, la mia parola, perché tu senta la vicinanza di questo Dio Amore. Sarà sempre facile? Non lo so, però rileggendo qualche espressione del Fondatore ieri sera ho voluto cogliere questa che lancio, vivo e bello qui come augurio a ciascuno di noi, proprio sopra di noi nella sua camera, sul letto di morte quando invocava dal Signore l'aiuto per passare da questa vita all'altra e Mons. Bacciarini gli rivolge quell'interrogativo: "Ma ci vuole lasciare?". Don Guanella risponde:"Io devo andare,ed è bene che io vada, ma vi prometto che dal cielo otterrò su di voi attraverso la mia preghiera la benedizione del Signore", sentiamo vivo questo Fondatore, non attraverso di me, io sono un poveraccio, ma attraverso la sua presenza spirituale che passerà attraverso le azioni che insieme al mio Consiglio compirò. Ma ciascun di voi lo senta dentro, siamo tutti figli suoi e che diventi un'esigenza fare amare il Signore come il Fondatore ha sempre detto e ci ha lasciato come eredità. Allora Grazie Don Guanella, grazie a ciascuno di voi che siete qui presenti e che il Signore vi accompagni nel cammino che prosegue.

 

VIDEO DELL'OMELIA 

 

Saluto a Don Pietro Pasquali

“Ti rendo lode, o Padre” (Luca 10)

Signore Gesù, che tornerai alla fine dei tempi e che sempre ritorni per chi ti cerca, ecco la tua famiglia riunita per un atto di fede nella tua vittoria sulla morte, ma anche per un impulso d’amore e di riconoscenza.

Ecco don Pietro, qui c’è solo una parte della Famiglia di don Guanella, della tua famiglia per la quale sei stato un segno, aprendo cammini a volte nuovi, altre volte già battuti, ma nascosti dalle erbacce, sempre col tuo passo da camminatore, come quando salivi le creste dei Monti che tanto amavi. Capo cordata e guida sicura, posta dalla Provvidenza per dare sicurezza e slancio ai nostri cammini. Qui c’è solo una parte, ma nei cinque continenti oggi la voce dei figli e delle figlie di don Guanella dice le parole del Salmo responsoriale che abbiamo appena pregato, pensando a te.

(Salmo responsoriale)
“Dio, dà al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo, i tuoi poveri con rettitudine”. È la descrizione di un sogno; il salmista sa che la terra di Israele è piccola, minacciata dai popoli confinanti, spesso malgovernata dai propri re. Allora invoca il Signore: “Mandacene uno degno. Donaci uno che governi con onestà e giustizia”. Chiede un capo per il suo popolo che non governi solo “in nome di Dio”, ma “come Dio vuole”. Un re così non viene dalla successione dinastica, è solo dono di Dio. Questo è stato per noi don Pietro. Una guida regalata da Dio.
Per arrivare ad essere il capo che la Provvidenza voleva, ha dovuto lavorare anzitutto su di sé, sul suo carattere stagliato e forte, sulla sua personalità solida e granitica. Ma anche sul patrimonio affettivo e culturale ereditato dalla sua generazione, sulla formazione ricevuta.

Don Pietro nasce tra le due Guerre mondiali, si forma e diventa prete prima della riforma conciliare, insegna ed entra nel mondo del governo proprio durante gli anni della contestazione e della rivoluzione pastorale voluta dal Vaticano II, è chiamato a partecipare in prima persona a tutto il lavoro del rinnovamento della vita religiosa, dei testi costituzionali e della definizione della nostra identità di guanelliani nella Chiesa e nel mondo.
Per lui che era essenzialmente uomo di tavolino, metodico e ordinato, fu una rivoluzione esporsi a viaggi, a climi più disparati, cibi, orari, lingue, abitudini, stili propri delle terre che visitava. Eppure sotto la sua guida si aprirono frontiere nuove della nostra missione: Messico, Colombia, India, Nigeria, Filippine…i primi sondaggi in Polonia.
Pietro Pasquali che aveva 4 anni quando morì suo papà e che crebbe senza padre, è stato chiamato da Dio ad essere il padre generale, cioè il padre di tutti, di tutto. Così sono i disegni di Dio…

(Prima Lettura)
Chi ha facilitato il cammino di don Pietro? Dove ha attinto grazia e sapienza per trasformare il suo cuore e servire da padre la sua famiglia?
Lo Spirito Santo, nelle sue rinnovate effusioni e nella trama del suo percorso umano, è andato modellando l’uomo don Pietro e la sua opera, come capita sempre per gli eletti di Dio. Lo dice la lettura di Isaia di questa liturgia di Avvento: “il virgulto di Iesse” che vede posarsi su di lui lo Spirito che cura ogni paura e aiuta a superare le barriere dentro e fuori.
Tu, Padre, che “nella potenza dello Spirito Santo fai vivere e santifichi l’universo”, come diremo fra poco consacrando il pane e il vino, nella stessa potenza donaci oggi occhi per vedere e orecchi per udire perchè la morte di don Pietro, nostro superiore generale, sia occasione di esultanza e non di lutto, la stessa esultanza per cui il tuo Figlio Gesú proruppe nella preghiera sorprendente riportata dal Vangelo di oggi.

(Vangelo)
Curiosamente la preghiera dell’esultanza di Cristo non nasce dal trionfo e dal successo, dalle cose che vanno a gonfie vele e dalla vittoria su ogni contrasto. Gesù è appena tornato dalla missione, ha annunciato la parola, ma il fallimento si presenta solenne. Il Messia inviato a predicare la notizia bella è snobbato e scaricato dalle elites del paese. E come reagisce Gesù al fallimento? Al suo essere scartato e ignorato?
Loda il Padre perché ha scelto altri destinatari, loda il Padre perché ha le sue vie, loda il Padre perché ha gusti diversi e preferisce il piccolo al grande. Il sapore guanelliano di questa pagina è incantevole. Una delle frasi più citate da don Guanella, quando il mondo gli faceva notare la compagnia dimessa, povera, a volte ridicola che lo circondava era “infirma mundi elégit Deus”. La compagnia del Figlio dell’uomo è la compagnia dei nullatenenti. Dei poco colti, poco furbi, poco capaci, poco importanti. Oggi il Signore Gesù, celebrando il congedo di questo nostro padre e maestro, ci chiede di pregare il Padre con le sue stesse parole:
“Ti ringraziamo Padre, perché ti è piaciuto distribuire tra noi le tenebre e la luce, la finezza di spirito e l’ottusità, l’intuizione rapida e l’incomprensione più totale, non secondo le regole mondane
che danno vantaggio ai ricchi di risorse e di appoggi, ma secondo un ordine nuovo che viene dal tuo disegno nuovo”.
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Don Pietro, nella tua famiglia, nella nostra famiglia, anche oggi non mancano le perle e le soddisfazioni. C’è tanta luce fra noi. Ma anche gli insuccessi e gli smacchi sono molti e molto evidenti.
Anche noi ci misuriamo con un panorama che non sempre suggerisce la lode e l’esultanza, circondati da povertà di ogni tipo, personali, strutturali e circostanziali. Mettici sulla bocca il canto di Cristo, del suo Cuore libero e bello, venerato in questo Santuario:
“Ti lodo Padre, Signore del cielo e della terra”. Don Pietro, invoca da Dio per noi l’atteggiamento di Maria che vede già il mondo nuovo dove i potenti sono rovesciati e gli umili sono esaltati. Ti ricorderemo per molte cose, don Pietro. Io in particolare ne porto dentro una: avevi la capacità di puntare al midollo delle problematiche dentro quadri molto complessi, sapevi individuare il punto della questione, il nodo che tutto legava e che tutto avrebbe sciolto. Ti era naturale il cammino dal complesso al semplice. Frutto di meditazione e di attenzione. Sapevi sfrondare il secondario e accessorio per individuare il cuore delle situazioni e delle sfide. Ottienici da Dio questo discernimento.

San Luigi Guanella, nostro padre nel cammino di santità, facci capaci di raccogliere l’eredità di don Pietro, di rileggere la sua parola chiara e ragionata, pulita, misurata, fresca.
Ci ha parlato del Regno di Dio e della via da te aperta per realizzarlo. Fa che non perdiamo quest’occasione per rinnovare a Cristo la promessa di dare a lui tutto, tutto il meglio, tutto il possibile. Fino all’ultimo respiro. Così sia!

Omelia Professioni Perpetue 26 Maggio 2018

“Voglio essere spada di fuoco nel ministero santo”. Così il nostro Fondatore 152 anni fa esprimeva il suo proposito all’inizio del suo ministero.
Voglio essere: c’è tutto lo slancio di un uomo che si impegna con un ordine, con una linea, seguendo una traiettoria ben precisa. Vi è una proiezione di identità, vi è la domanda interiore: “ma io chi voglio essere?”.
“Spada di fuoco”: indica la lotta, il sacrifico, la determinazione, il coraggio, lo zelo, il rischio. Non una vita spenta, sempre in difesa, a proteggere comodamente se stessi e vissuta pigramente a toni bassi, ma una dedizione pari al martirio.
Sono le prime professioni perpetue che ricevo all’inizio del mandato di superiore e Gioia e trepidazione sono compresenti nel mio cuore. Sono come le emozioni di un padre quando suo figlio vive una tappa importante della sua vita per di più con alcuni di voi ho proprio condiviso gomito a gomito questi ultimi tre anni della vostra avventura. Cosa posso dirvi? Qualcuno di voi potrebbe rispondermi: gli ormai proverbiali due punti di riflessione come in tutti i giorni del nostro cammino. Sì certo vi offro due punti di riflessione:

1). Cosa vi offre la Congregazione da oggi
2). Cosa dovete offrire voi da oggi alla Congregazione.

1). C’è un immagine biblica che rende l’idea. Quella del roveto ardente. Mosè togliti i calzari perché la terra che stai per calpestare è terra santa, è terra di Dio. Lo vorrei ripetere a ciascuno di voi cari professandi: state attenti la Congregazione nella quale oggi entrate a far parte in modo definitivo è terra santa, è terra di Dio. E’ progetto del Signore e non di uomini. Come ogni carisma è nata nel cuore del Padre, viene donata dallo Spirito alla sua Chiesa al mondo intero; è la sua risposta ad una invocazione umana di soccorso che Lui ha voluto ascoltare. E don Guanella l’aveva intuito molto chiaramente: tutto è di Dio, niente è mio! E’ Dio che fa!
E’ terreno dissodato e coltivato dal Signore; terreno che ha già prodotto frutti meravigliosi di santità: pensate solo a questa Casa, tra queste stesse mura quali miracoli di santità sono sbocciati: il Fondatore, Chiara Bosatta, Bacciarini, Marcellina, Leonardo e Alessandrino Mazzucchi e tanti altri anche altrove nel mondo, per tutti ricordiamo Fratel Giovanni Vaccari…oggi risplendono ai nostri occhi perché hanno calpestato questa terra dissodata da Dio. Le loro radici di sono innervate tra le zolle di questo carisma, di questa spiritualità che oggi vengono offerti anche a voi come patrimonio spirituale di valore. E’ dunque cammino sperimentato di santità, di perfezione. E’ quanto di più grande e bello abbiamo, è nostro e ve ne rendiamo partecipi, protagonisti.
Ma oggi alla distanza di anni che tipo di terreno è quello della Congregazione? Terreno mischiato di umanità e di santità. C’è l’apporto del Signore e c’è la nostra miseria che come gocce di sudore durante il lavoro della vita vanno a cadere e penetrare questa terra di santità che Dio ha preparato per noi.
Ma non vi preoccupi questo fatto cari fratelli professandi in perpetuo e voi che rinnoverete per un anno ancora la vostra dedizione, ma nemmeno a noi che ha tanti anni ormai siamo guanelliani/e. Non ci preoccupi! Vi scrivevo nella mia prima lettera pubblicata ieri a ricordo di questo anniversario del Fondatore che è proprio questa miseria, questa non perfezione che ha suscitato l’incarnazione del Signore, che ci fa scendere in campo come buoni samaritani l’uno dell’altro. Non c’è sempre perfezione tra noi e in noi è vero, ma tendiamo tutti, con fatica e dedizione quotidiana a questa meta. E questo è positivo!
2). Non entrate in questa Famiglia a gamba tesa; non dite come tanti prima di voi: da oggi si cambia, si gira pagina. E’ nata un’era nuova! Questa Famiglia ha 100 anni e più di vita, ne ha passate di purificazioni e ristrutturazioni. Ha vissuto tanti cambiamenti, si è trasformata. Si è sforzata di diventare più bella, più buona e tante volte c’è riuscita! Pensate a quante volte si è rimessa in campo nella novità della vita perché il Signore glielo esigeva, la chiesa, il mondo glielo suggerivano.
Chi sono i confratelli con i quali siete chiamati a vivere, a lavorare, a soffrire? Sono chiamati come voi, uomini con fragilità e potenzialità indescrivibili. Sì sono anche peccatori, ma che perdonati si sono rialzati in piedi e puntano decisamente verso il più, il meglio come si convieni a dei risorti con Cristo. Costruirete le vostre giornate nelle nostre comunità insieme ad uomini, a consacrati ormai convinti che gettare la spugna, vivere da sconfitti non fa parte della nostra identità guanelliana. Religiosi coraggiosi, intraprendenti, che non si arrendono mai, che hanno sempre di scorta nel cuore un motivo di speranza in più. Per questo dovete amare la nostra Famiglia, dovete sostenerla e continuamente promuoverla. Quante volte vi verrà la voglia, e forse ne avrete anche motivo, di criticarla, di non essere sulla sua stessa lunghezza d’onda, tranquilli! Importante che non vi separiate mai da lei, non coltiviate nel cuore sentimenti di rifiuto, non vi lasciate prendere dal diritto di avere sempre ragione voi e torto gli altri.
Uno dei miei predecessori affermava con orgoglio: nel mio mandato non ho mai firmato un assegno bancario. Vero, giusto riconosco l’aspetto della testimonianza della povertà vissuta da quel nostro Superiore. Io invece non vorrei mai arrivare a dover firmare decreti di richiesta di abbandono di qualcuno della famiglia, di qualcuno che afferma che non può più stare con noi e cambia casa, cambia famiglia, quando magari non tradisce o rinnega quanto ha ricevuto dalla nostra famiglia. Qualcuno che se ne va magari deluso nelle sue attese di figlio, di fratello. Riterrò questa esperienza sempre una sconfitta per la mia paternità, per la vostra fratellanza. Quando un figlio se ne va di casa, e la parabola evangelica del Figlio prodigo fa da confronto, è sempre una sconfitta per il padre, per la famiglia: vuol dire che non abbiamo fatto tutto e tutto il bene possibile per convincerlo dello sbaglio, per orientarlo diversamente.
Quella benedetta correzione fraterna, tanto raccomandata fin dalle prime battute della chiesa, sforziamoci di applicarla ai nostri giorni come metro di dialogo, di aiuto al fratello. Oggi ho bisogno io, domani hai bisogno tu di parole alle volte anche severe, ma frutto dell’amore che ti voglio, del bene che spero sempre per te.
Catechesi del Papa sul matrimonio: il segreto che ci aiuta a superare e vincere tutto: è perché ci amiamo!
Oggi, allora, entrate sì da figli amati e desiderati in questa casa, ne avete tutti i diritti e lo diremo tra poco nella liturgia della professione, ma amatela questa famiglia, amate la vostra comunità, qualunque sia, dove approderete per obbedienza e non perché avete scelto di stare con quel confratello o con quell’altro e non perché siete di quel popolo o di quell’altro. Non trattatela da albergo che vi serve solo per mangiare, dormire, farsi accudire quando siete malati. Amatela donando voi stessi, sacrificando voi stessi per lei, perdendovi nel vivere la carità di persona e vi ritroverete vivi nella carità per eccellenza che è Cristo Gesù. Amatela nella sua missione, per i beniamini che accudisce con delicatezza nelle sue case. Diventino anche i vostri beniamini, perché sono i beniamini di quel Dio per il quale avete appena detto che tutto vi è parso inadeguato di fronte alla conoscenza e all’amore di Gesù!
Cari parenti di questi confratelli presenti e lontani, nelle terre da cui provenite, col pensiero e il cuore oggi qui accanto ai vostri figli che diventano anche nostri figli: grazie per aver donato alla nostra famiglia religiosa questi prediletti, giovani buoni e forti: diventano la nostra speranza oltre che la vostra per un futuro di pienezza e di felicità per voi e noi insieme.
E voi consorelle e amici qui presenti che ci volete bene perché avete colto la ricchezza del dono che lo Spirito ha seminato nei nostri cuori di Servi della carità: continuate a pregare per noi. Il sostegno della vostra preghiera, dell’affetto e della stima ci impegnano ancora di più a fare del nostro cuore il cuore del mondo intero.
Siamo in tanti questa mattina in questo Santuario: oso una proposta: fino a quando ci ricorderemo e ne saremo capaci ogni giorno preghiamo un’Ave Maria per questi nostri figli perché sappiano riconoscere ogni giorno il miracolo della presenza di Dio nella loro vita. Amen.