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Nuove Professioni Religiose nel giorno del Fondatore

Les contamos que, con alegría, hemos celebrado la Primera profesión religiosa de Rodrigo Nereu Mazzardo Ribeiro y de Francisco de Assis de Holanda. Nos acompañaron el P. Carlos Blanchoud, el P. Ciro Attanasio, el P.. Valdemar Alves Pereira y el P. Alfonso Martínez como superiores, además de varios cohermanos y cohermanas, cooperadores, algunos familiares y también amigos laicos y de otras familias religiosas con quienes compartimos espacios intercongregacionales de formación. La celebración fue realizada en la Basilica de Nuestra Señora de Luján. Ha sido una ceremonia sencilla y emotiva que concluyó con un almuerzo fraterno y festivo en la casa del Noviciado.
También hicieron su ingreso al Noviciado cinco jóvenes, dos de México y tres de Brasil (Francisco, Javier, Gabriel, Ermeson y Erivan).
Tuvimos la gracia de celebrar la memoria de nuestro Santo Fundador, acompañando a estos jóvenes cohermanos y reavivando el don de nuestra consagración religiosa. Nos sentimos animados por San Luis a continuar haciendo "un poco de bien".

En comunión.                                                                                                                                                                                                             P. Sebastián Bente SdC

 

 

 

Ottobre Missionario Guanelliano: Attenzione verso gli "handicappati"

 

In don Guanella l'attenzione verso gli handicappati mentali non era sorta da riflessioni di studio o da ricerche su libri, ma dalla condizione di vita in cui andava svolgendo il suo ministero parrocchiale prima e la sua missione di assistenza ai più bisognosi poi. Nelle sue vallate e nel paesi alpini questi poveri erano abbastanza numerosi e sembravano anche di più quando, d'estate, i più abili se ne andavano in gran numero a lavorare sull'alpe o all'estero e questi rimanevano con i più anziani e i bambini nelle case quasi vuote. Giovane prete aveva imparato presto la via di Torino, per accompagnare al Cottolengo qualche giovane in condizioni particolarmente pietose. Poi ebbe modo di raccogliere lui stesso questi handicappati, nelle sue case di Como, Ardenno, Milano, Roveredo in Svizzera. Fratta Polesine, infine a Nuova Olonio. L'apertura della casa di Nuova Olonio, voluta appositamente per questi, segna una svolta importante per le sue opere dedicate agli handicappati. Matura in lui l'intuizione che l'aveva colto in modo un po' vago, vedendo questi giovani ad Ardenno e a Como muoversi tra gli orti, i prati o fra i piccoli allevamenti di animali; osservando le loro reazioni, il loro aprirsi graduale alla conoscenza, ai rapporti, agli interessi, lo sviluppo delle capacità lavorative, comprese di avere tra le mani un mezzo eccellente per influire sulla crescita generale di queste persone. Gli parve chiaro ciò che, in precedenza, per anni non aveva percepito che in modo confuso. Le discussioni avute per anni con amici ed esperti e che gli erano sembrate un po' troppo teoriche e approssimate furono riprese su basi sperimentali e confrontate con la realtà nuova che gli si presentava, trovando un riscontro incoraggiante nei risultati raggiunti. In un articolo importante del 1903 (dopo un paio di anni dall'apertura della Colonia S. Salvatore di Nuova Olonio) ha riassunto con molta semplicità la situazione come gli appariva, con le prospettive che si stavano aprendo.

Scrisse: « Non ci rimorde l'animo di aver trascurato per l'addietro di interpellare professori distinti in proposito; ma forse chi ha fatto per un tempo senza vero profitto, indagini e cure, può credersi dispensato di farne altre, quando i progressi scientifici progrediti d'assai, possono dare speranza di riuscire a migliorare anche di poco lo stato di quei poveri incoscenti? ».

In realtà non aveva evitato di approfondire il problema con esperti; qualche anno prima s'era posto in contatto con due professori (prof. A. Sala e prof. A. Gonnelli) che avevano aperto una istituzione per handicappati a Chiavari e poi si erano trasferiti a Vercurago; aveva avuto buone indicazioni e gli si erano anche offerti a seguire le sue istituzioni con competenza e carità. Aveva fatto un cenno sul suo bollettino e molti si mostrarono interessati e gli scrissero, dando e chiedendo pareri. Naturalmente furono numerosi anche gli incoraggiamenti e le esortazioni a un buon lavoro in questo settore. Non si chiedeva del resto molto, in quel tempo: per cominciare, una precisa distinzione teorica e pratica fra handicappati mentali e dementi, raccolti tutti assieme nei manicomi che in quel tempo andavano  organizzandosi in ogni provincia. Seconda cosa, ma già più difficile, che la famiglia restasse più vicina a questi figli che non erano per nulla pericolosi e che trovavano nella famiglia la collocazione e l'ambiente più opportuno e più giusto.

« A noi parve e pare ancora che il trattamento repressivo in uso nei manicomi, e un tantino anche nelle stesse famiglie in cui vi sono deficienti, sia poco opportuno e, ce lo si lasci dire,  poco umano. Purtroppo con questo metodo i cretini non facevano. — e non fanno — che diventar più cretini e la società assiste a uno spettacolo che se poteva tollerarsi nei secoli andati, non è più tollerabile nel nostro. Ci ha sempre rattristato l'animo [...] che molte famiglie, pur di sbarazzarsi di individui molesti, ricorrono con troppa facilità ai manicomi, ai pii ricoveri, ed alle stesse case di correzione, mancando  gravemente non solo contro la carità, ma perfino contro la giustizia, riguardo a persone che avrebbero tutto il diritto di crescere, vivere e morire dentro le pareti del domestico focolare ».

L'esperienza di Nuova Olonio venne dunque in buon punto: sulla linea delle prime esperienze e attività svolte in precedenza nelle altre case, essa si riassunse nell'antico « fede e lavoro », come ben comprese padre Gemelli, sintetizzando così l'intervento di don Guanella, sulla tradizione cristiana. Del desiderio e anzi della precisa intenzione di don Guanella, di dedicarsi alla bonifica radicale e finale del Pian di Spagna sopra Colico, si parlava da qualche tempo, con curiosità, con interesse e anche con qualche diffidenza: un'opera impegnativa che sembrava superiore alle forze e ai mezzi di don Guanella. Quando poi si vide come si organizzava l'avvio ci fu piuttosto delusione. Sul battello che portava da Como a Colico il gruppetto iniziale di giovani inviati da don Guanella, si disse chiaro e tondo al buon prete che li accompagnava: « Povera Colonia, se ti fondi su quei lavoratori! » e peggio fu fatto e detto quando sbarcarono a Colico e si avviarono su carretti verso la Casa Castella, la costruzione rustica dove si accamparono negli inizi. Erano stati invitati alcuni  robusti sterratori veneti per i lavori più pesanti e per organizzare l'opera di bonifica. Ma molto meno si poteva sperare dal gruppo di handicappati, «che lavorano come possono, quando possono e quanto possono... ». Invece dalla collaborazione fra questi tecnici, gli handicappati e qualche contadino del luogo maturò in breve tempo un rinnovamento impensato di tutta la zona. Quanto al gruppo di handicappati, « si vedono veri prodigi in quei poveretti cui natura ha dato in misura tanto scarsa il bene dell'intelletto ». « Nel vedersi utilizzati nei lavori campestri più materiali i poveri deficienti si sentono quasi riabilitati! Essi con vivissima compiacenza amano mostrare agli altri che valgono qualcosa e si guadagnano il loro pane. Taluni perfino si credono preferiti nella loro classe, appunto perché hanno imparato a smuovere il terreno o a trascinare un vagoncino di terra sui binati volanti ». La meraviglia e la gioia infantili di questi « piccoli » diventano stupore negli adulti che vedono questa trasformazione: si sentono coinvolti nell'attività creatrice della natura: i frutti di essa sono anche il loro frutto; si sentono immersi nella ricchezza della vita che trasforma terre improduttive e malariche, tutte le loro facoltà si sentono impegnate in modo non artificioso, spontaneo; nasce l'emulazione incoraggiante; si aprono ai rapporti verso gli altri con cui collaborano con un certo orgoglio; partecipano ai rischi, alla durezza, agli imprevisti del lavoro, specialmente del lavoro agricolo; cresce l'interesse verso un mondo che si rivela ai loro occhi e al loro rapporto in modo sempre nuovo; partecipano ai frutti, al guadagno; la mente si apre gradualmente alla realtà di tutto questo mondo di persone, di cose, di animali, senza la mediazione pesante e per essi inaccettabile dei libri e della scuola. Quello che aveva intuito, sentito, un po' anche previsto diventava nella realtà qualcosa di ben più vero. Incaricò il prof. Pietro Parise di stendere una serie di articoli; la realtà, tuttavia precedeva gli studi e le riflessioni. A Nuova Olonio era stato accentuato, per ragioni ambientali, il lavoro tipicamente agricolo. Don Guanella lo considerava tuttavia anche il più adatto, anche se non unico, per influire profondamente e più largamente sulla personalità di questi handicappati. Da quel contesto emersero anche varie difficoltà, alcune più generali, altre più tipiche rispetto alle scelte fatte di lavoro agricolo. Don Guanella per quanto potè le affrontò con i mezzi che i tempi, le persone o, infine, la fede gli suggerivano, con coraggio. Le difficoltà cominciavano da quella più banale, ma anche condizionante, della povertà dell'opera e della scarsità di aiuti: « Gli amici [...] ci raccomandano e ci spronano a completare la bonifica e lo sviluppo della Colonia, per il vantaggio morale di curare più largamente e maggior numero di deficienti. Ma... e i soldi dove si trovano? ». La risposta la attinge alle proprie esperienze precedenti e in fine alla fede: « Se ci fosse una forte donazione [...] ovvero se si potesse intavolare una lotteria [...]. Basta! La Provvidenza maturerà queste aspirazioni nostre ». Le difficoltà sanitarie igieniche a Nuova Olonio si rivelarono specialmente con il rischio della malaria; ed egli considera possibile combatterla per due vie: direttamente e indirettamente.

« Anche per questa, vale a dire per combattere i suoi maligni influssi, ci vogliono abnegazione, sforzi e denari, perché non si può veramente dire che la malaria del Pian di Spagna sia fra quelle ribelli ad ogni rimedio. Sì, i rimedi vi sono e il poco che già si è fatto, prosciugando il terreno circondante il caseggiato, vi ha sensibilmente migliorata l'aria. Del resto si potrà forse col tempo completare un'alpe, magari lungo lo stradale dello Spluga, e mandarvi alla buon'aria Preti, Suore, deficienti e il bestiame. Avremo raddoppiata, triplicata l'efficacia delle nostre cure verso i nostri deficienti, i quali ne avranno miglioramento nel fisico e nel morale »...

Si può aggiungere che l'anno seguente l'alpe di Montespluga era già in pieno funzionamento con soggiorno estivo e attrezzature occorrenti, tra cui una latteria funzionale a vantaggio anche degli altri pastori della zona. La famiglia poteva costituire pure difficoltà talvolta perché troppo desiderosa di liberarsi in ogni modo del figlio handicappato, ricorrendo a pii ricoveri, ma anche a manicomi o case di correzione, dove « non vi entreranno anche poveri incoscienti, che non hanno perduto un'intelligenza che mai ebbero? ». Oppure la famiglia poteva cercare, egoisticamente, di sfruttare la situazione cercando qualche beneficio economico: « Poi gli stessi parenti che si lagnano cogli uomini e con Dio del peso di dover mantenere questi propri cretini, invece di contribuire per il ritiro, vorrebbero esser pagati da chi ricovera quei poveri esseri ». Anche gli enti, specialmente i Comuni, negano gli aiuti; evidentemente questo tipo di assistenza non è ancora entrato nella mentalità degli amministratori e trova scarsi appigli nelle leggi: bisogna esser considerati soggetti pericolosi per la comunità, per esser presi in considerazione sia pure in qualche modo! Non solo negano gli aiuti, ma negano anche i soggetti; così che, osserva don Guanella con disappunto, « per avviare le due case di Ardenno, si dovettero inviare lassù i deficienti delle case nostre di Como e di Milano ». Conseguenze strane di atteggiamenti incomprensibili. Infine, crea difficoltà da parte degli stessi handicappati, l'amore innato a sottrarsi a ogni disciplina, l'amore della libertà; si apre tutto un discorso di rispetto per la persona e di equilibrio tra le esigenze profonde dell'uomo e quelle concrete e immediate di un intervento certamente vantaggioso. Esperienze, difficoltà e riflessioni portarono a determinare alcune linee di assistenza e di educazione di queste persone, che per don Guanella sono da ritenere fondamentali. Anzitutto conta la motivazione di fondo: anche questi handicappati, pur con tutti i limiti e le difficoltà che comportano, sono persone e, per don Guanella, sono figli di Dio. « Si nutre verso di loro vera stima come a creature di Dio, vero amore come a membra di Gesù Cristo; essi sono buoni e cari a Dio ». Una motivazione cosi fondata dovrebbe essere in grado di reggere all'usura delle difficoltà anche gravi. È pure principio fondamentale che « sono deficienti, ma il più delle volte sono capaci di qualche miglioramento ». È quindi necessario un adattamento e un aggiornamento continui. Per costituire un ambiente adatto, occorrono metodo preventivo e un notevole spazio di libertà. L'uso del metodo preventivo esclude coercizioni e repressioni, non conosce castighi; ma suppone relazioni e condivisione come si stabiliscono in una famiglia. E il metodo preventivo deve essere adattato alla particolare situazione. Spesso succedeva che, venendo a mancare la famiglia, la casa di don Guanella rimaneva l'unica casa e famiglia per l'handicappato.

E, quanto alla libertà, ripeteva don Guanella: « Sono già tanto sofferenti, non si tormentino con restringere troppo gli atti della loro libertà, con il pretesto dell'ordine disciplinare ». Case e sezioni vivevano con porte e cancelli aperti, come piccoli paesi ordinati, ma aperti all'interno e verso l'esterno. Alla base del metodo educativo stava il lavoro, preferibilmente agricolo, trattandosi spesso di adulti abbastanza gravi e provenienti da ambienti agricoli; anche in questi casi, per quanto possibile, si trattava di un dovere, non di un passatempo. E, agendo con misura e discrezione, utilizzando immagini e segni sensibili, diventava possibile portare avanti la mente e il cuore verso qualche conoscenza religiosa. Così don Guanella apriva una strada che avrebbe portato molto lontano la scienza, la tecnica e l'esperienza nello sviluppo, nella crescita e nella maturazione della persona dell'handicappato mentale. La meta poteva apparirgli abbastanza lontana e difficile; era tuttavia notevole l'avviarsi lungo il cammino. Al momento sembrava sufficiente avere aperto una via di speranza. « Se, com'è certo, molti resteranno ribelli a ogni cura, l'avere tentato di migliorarli e il dar loro pane e ricovero, sarà opera vana? ». (da, "Gli 'Ultimi', i primi della sua missione" - Don Piero Pellegrini)

 

70 anos da presença dos Servos da Caridade no Brasil

 

Neste dia 16 de outubro, às 9h da manhã no Santuário Basílica da Medianeira em Santa Maria-RS, tivemos a celebração da Santa Missa de ação de graças pelos 70 anos da presença dos Servos da Caridade no Brasil e foi transmitida para todo o Brasil pela Rede Vida. A Missa foi presidida pelo bispo da Diocese de Barra do Garças-MT, Dom Protógenes José Luft (Servos da Caridade) e pelo Bispo da arquidiocese de Santa Maria-RS Dom Hélio Adelar Rubert e por sacerdotes, irmãos Servos da Caridade, Irmãs Filhas de Santa Maria da Providencia, Guanellianos Cooperadores, educadores e alunos das escolas Guanellianas de Santa Maria, juntamente com a comunidade local.Em 1947 a história do carisma de São luís Guanella chegou ao Brasil em Santa Maria-RS com dois coirmãos Servos da Caridade vindos da Itália e lançando em terras brasileiras as primeiras sementes da obra de caridade. Atualmente os Servos da Caridade estão presentes no Brasil em seis estados e o DF . Rio Grande do Sul, Paraná, São Paulo, Rio de Janeiro, Mato Grosso, Pernambuco e Brasília

   

 

Ottobre Missionario Guanelliano: Don Guanella e i "suoi vecchietti"

Don Guanella lasciò ai suoi figli l'impegno di sviluppare e perfezionare le sue opere, seguendo la linea tracciata. Le necessità non sono diminuite; anzi, i motivi e i casi che chiedono il nostro aiuto crescono sempre più; per molte famiglie, specialmente, è divenuto difficile o impossibile lasciare in casa l'invalido, il cronico, l'anziano, quando tutti i familiari devono esser assenti l'intera giornata per i propri impegni. Mille casi diversi battono alle nostre porte; e vorremmo non dire mai di no a tante miserie e a tanti dolori. Forse la nostra fede non è grande come i nostri desideri, se non ha saputo — questa fede che può muovere le montagne — innalzare tanti edifici per ciascun genere di dolori: per i cronici allettati e i minorati fisici, per i minorati psichici, per gli epilettici, per gli anziani di condizione più umile, più adatti e più inclinati a una forma più collegiale; per gli anziani soli, di condizione più distinta, con le esigenze che una professione svolta lungamente ha lasciato in loro e delle quali la carità deve preoccuparsi. Qualcuno ci chiede anche degli appartamentini per coniugi anziani, che pure hanno bisogno di cure e vigilanza e che sarebbe inumano dividere in quegli ultimi anni. Ci sentiamo ancora lontani dall'ideale proposto dal Fondatore: avere cuore e posto per tutti. Ne manteniamo tuttavia le limitazioni imposte fin dal principio: vengono escluse le persone di incorreggibile immoralità e gli alienati furiosi, per i pericoli che comportano; quelle colpite da malattie contagiose o da malattie acute, cui provvedono gli ospedali; normalmente non accogliamo neppure ammalati cronici ormai vicini alla morte: è dovere della famiglia assistere i propri cari, confortandoli in quegli ultimi momenti.

« Noi abbiamo un tesoro — ci ha detto il Fondatore — : i nostri vecchi. Lo sono religiosamente, poiché assomigliano di più a chi disse di sé: ego vermis et non homo. L'infermeria si può ben dire Casa od Ospizio di Dio, perché in essa si ricoverano i poveri infermi, che sono l'immagine più reale di Gesù Cristo. Attendete a confortare la miseria degli ammalati cronici e dei bisognosi con grande amore, perché essi ci manterranno le benedizioni celesti ».

Ma don Guanella ebbe ancor giovanissimo la persuasione di dover fare qualcosa per i poveri, specialmente invalidi o vecchi. Raccontò una « illusione o visione » avuta tra i cinque e sei anni, nella festa di S. Giovanni Battista, patrono della parrocchia. Stava per nascondere entro un fascio di legna un cartoccio di dolci per non doverli portare in chiesa, quando udì un batter secco di mani: e si vide davanti un vecchietto che gli tendeva le mani. Allungò il braccio per nascondere i dolci e rialzò gli occhi, pieno di timore: il vecchio non c'era più. Ne sentì gran pena e quasi rimorso; e non dimenticò più « quel vecchietto mingherlino; la pietà degli occhi e lo stender delle mani. Dite quello che volete, credete o non credete, questo è stato per me un segno della mia missione di beneficare i poveri, alla quale fin d'allora già mi sentivo chiamato ».

Divenuto chierico, saprà sacrificare interi mesi di vacanza per assistere vecchi e malati, studiando egli stesso certi rimedi vegetali su apprezzati testi di botanica  medicinale. Lasciò le sue vallate alpine con l'animo pieno di predilezione per i miserabili, i disgraziati, gli invalidi, i vecchi, costretti a trascinare l'intera vita, o gli ultimi anni, in lacrimevole stato, come se non  avessero in cuore anch'essi per soffrire, una missione da compiere, un'anima da rendere a Dio. Chiamarli « vecchi » non è bello e neppure esatto. Nel suo Regolamento, il Fondatore parla di « adulti bisognosi di ricovero » per motivi diversi: scarsità di mente, scarsità di forze fisiche e di salute corporale, incapacità di provvedersi il pane quotidiano, infine per età avanzata. Non dimenticava altre necessità più nascoste e spesso ugualmente dolorose: « Uomini decaduti da alta condizione, o di condizione semplice o professionale, nubili o vedovi senza famiglia, i quali si ritirano per bisogno, o per bisogno insieme ad amor di quiete, o per buono spirito di religione, o perché spinti da parenti o da circostanze imperiose ». Per tutti questi organizzò forma di assistenza più adatte e delicate, sotto il nome di pensionati. Per tutti lasciò norme  educative, semplici ma preziose, e su alcune amò insistere: non allontanare queste persone dai luoghi di origine, ma raccoglierle e assisterle nei luoghi stessi cari al loro cuore e alla loro vita; fare attenzione ai difetti più comuni: sono persone permalose, schizzinose, incerte, malinconiche, facili ai lamenti, anche facili alle malignità se hanno avuto una vita corrotta; così elencava le loro buone virtù notate in tanti anni di esperienza; e insisteva perché fossero stimolati, anche con qualche ricompensa, a un lavoro proporzionato alle loro capacità: di giardinaggio o di colonia agricola, di facile costruzione di sedie e di canestri, e simili. Il suo scopo era di far sorgere in tutti i cuori la felicità, concedere un piccolo anticipo di paradiso. Si dice che i vecchi non sanno più ridere, occupati e preoccupati soltanto di sé. Don Guanella, quand'era coi suoi poveri, rideva di gusto e trovava facezie e buone parole per richiamare il riso anche sulle labbra dei più sofferenti. Giocava con loro, come si prestava con semplicità a render loro i più umili uffici di soccorso e di pulizia, con tanta cura che sembrava trattare nelle sue mani le carni sacrosante di Gesù Cristo; li chiamava « i nostri signori poveri ». Potè egli stesso osservare il risultato e farlo notare a qualche critico che  riteneva impossibile tener unite tante persone senza ricorrere alla forza, a chissà quali costrizioni e violenze: « Nelle nostre case sono oltre cinquecento ricoverati; non sono legati che dal vincolo di carità: nessuno cerca di uscire, molti domandano di entrare, ed ognuno si trova a suo agio ».

Ma proprio qui nasceva l'obbiezione più facile: raccoglieva troppe miserie, la sua opera diventava un'arca di Noè, come scriveva un amico giornalista, da qui un certo disordine nella situazione. Ma vorremmo mormorare anche contro lo Spirito Santo che dava ai primi cristiani di Corinto tante grazie che essi non riuscivano neppure più a conservare un certo ordine? Don Guanella lasciava dilatare la carità che lo pressava; non sempre otteneva il meglio: «Ma l'ottimo è nemico del bene: importante è fare ».

E diceva con ironia a certi critici:« Uomini di buona volontà, non vi smarrite; date in abbondanza e in maggior abbondanza vi sarà la proprietà che desiderate » .

(da, "Gli 'Ultimi', i primi della sua missione" - Don Piero Pellegrini)

Concluido el Capítulo de la Provincia Cruz del Sur

 

Estimados,
terminamos el Capítulo provincial, con el almuerzo junto con los abuelos/as del Hogar y con las Hermanas; y a las 15 horas con la Santa Misa de clausura.
Elegidos para el Capítulo general: P. Sergio Rojas y P. Nelson Jerez.
Sustitutos: P. Sebastián Bente y P. José de Jesús Fariña.

 

     

   

 

Comenzado el XVI Capítulo da Provincia Cruz del Sur

Estimados. hemos comenzado el Capítulo provincial en Tapiales, con mucha serenidad y ganas de trabajar. Moderadores: P. Sergio Rojas y P. José de Jesús.
Secretarios: P. Sebastián Bente y P. Wilson Villalba.
Escrutadores P. Sebastián Aguilera y P Eladio Adorno.
Somos 18 Capitulares y tres invitados especiales.
Mandó saludos la Hermana Irene y nos acompaña, P. Alfonso de México, P. Mauro de Brasil y P. Ciro de Roma.
Monseñor Giobando nos dio una reflexión introductoria y presidió la Misa.
P. Carlos leyó el Informe provincial y ahora se trabaja en grupos.
Unidos en la oración.

P. Carlos

 

   

 

   

 

Ottobre Missionario Guanelliano

Lo spirito della missione

Personalmente don Guanella era austero, rigido, ma dolce verso gli umili e i poveri; energico e perfino autoritario, ardente e fatto per rompere gli indugi e dissipare le difficoltà, ma paziente e benevolo,  accondiscendente verso chi capiva avere un andatura più lenta della sua; non solitario, ma reso convinto dalle sue tradizioni montanare del bene della solidarietà; era anzi amico cordiale e lieto; aperto a ogni persona e convinto che anche la più grezza o difficile nascondesse tesori preziosi e bellezze da valorizzare. La sua scoperta interiore fu la salda convinzione della paternità di Dio; il grande principio della teologia cristiana fu per lui una rivelazione personale e una esperienza di vita: un Padre buono che ama e che vuole salvare ogni uomo da ogni miseria morale, fisica e materiale.

Anzi, all'uomo è concesso di partecipare a questa paternità, come trasmissione di amore, di vita, di salvezza, non come favore o privilegio ma come dovere gioioso: padre e fratello di tutti come Gesù Cristo immagine del Padre fra noi e primo dei fratelli. Prese quindi come insegna una croce col cuore e il motto agostiniano: « in omnibus carìtas »: l'amore soprattutto! Il significato è evidente: donazione della vita per dare vita e speranza nuova di salvezza spirituale e materiale che giunga a tutti, senza dimenticare nessuno, anche e soprattutto l'handicappato, l'anziano, l'abbandonato, ricostruendo ognuno come persona e figlio di Dio. Posto tra il Padre e coi fratelli, don Guanella si sa collegare a Dio con una intensa motivazione di fede: « pregare », come un saper intendersi col Padre, colloquiare in lunghe udienze o inviargli un sorriso frequente di invocazione, e vivere fiducioso, abbandonato alla sua Provvidenza: « ama e sii beato! ». Ma poi è urgente rivolgersi subito ai fratelli, movendosi con la stessa vivacità di amore, la pietà verso Dio non deve essere un mantello per contrabbandare inerzia o egoismo, occorre riflettere l'amore del Padre, ricostruire una famiglia cordiale, dove a nessuno incolga male di sorta e ognuno, nel cammino della vita, approdi a meta felice. Ma senza illusioni: occorre saper gustare la bellezza della donazione, del sacrificio che genera la vita; con realismo concreto afferma la legge del « patire »; ogni opera buona nasce tra le difficoltà e i contrasti, « fame, fumo, freddo, fastidi », scandiva nel suo efficace parlare lombardo: quattro F, o, se si vuole, una V: vittima, vittima d'amore. Era l'alfabeto che insegnava ai suoi Servi della Carità. E a questi dava poi norme precise: anzitutto quella di impegnarsi direttamente e personalmente, di mano propria, con molta cordialità e semplicità: «martorelle» erano le sue suore, giocando sulla assonanza del termine lombardo (= uomo d'appoco) con il greco (= martire, testimone); « asinelli » erano i suoi preti ed egli, « padre degli asinelli », scriveva: « Ti mando due asinelli, prepara una buona stalla! ».

Tutto questo in un ambiente di povertà religiosa; aveva vissuto il tempo delle soppressioni degli ordini religiosi e dell'incameramento dei beni; specialmente aveva vissuto la povertà, comprendendo come questa debba essere condivisa seriamente col povero, per percorrere assieme un cammino di progresso. I fratelli, i poveri, entrano in questa famiglia con la speranza di ricostruirsi una vita, ma senza falsi salti in avanti o cambi gratuiti di condizioni o di stato; restano poveri a cui è offerto la possibilità, cioè i mezzi adatti per recuperare ritardi sociali, economici e anche psichici: entrano in un'azienda autonoma, fondata sul lavoro
personale e sulla solidarietà di molti amici, imparano come si costruisce una vita e ci si provano, se sono giovani. Se anziani, cercano la gioia di ritrovarsi fra gli amici che sanno preoccuparsi ancora di loro, di sentirsi ancora al centro di interessi personali, di dimenticare un poco l'amarezza per una società che tentava di scaricarli naufraghi, di riprovare forse ancora la sensazione di essere ancora utili a qualcosa e morire con una speranza. (da, "Gli 'Ultimi', i primi della sua missione" - Don Piero Pellegrini)

Sui passi di Lui...

 

“Camminando in comunione, abbracciando le differenze”
Questo il tema della ‘tre giorni’ di riflessione, preghiera e scambio di concrete esperienze interculturali che ha visto radunati a Fraciscio dal 3 al 5 ottobre 18 confratelli di voti perpetui di origine africana e indiana che vivono e lavorano nelle nostre comunità in Europa e Israele
Un ritrovarsi insieme nella casa natale del Fondatore non solo a respirare l’aria delle nostre origini ma soprattutto a ravvivare la consapevolezza, gratitudine e responsabilità di condividere una comune vocazione che ci raccoglie in unità sul fondamento del vangelo e del carisma guanelliano, spalancandoci l’orizzonte di una missione universale.
Il radunarsi attorno allo stesso focolare, il ripercorre insieme i sentieri del nostro Santo hanno favorito nei confratelli convenuti l’ascolto e la condivisione franca e ad un tempo serena dei tanti valori ma anche delle immancabili fatiche e sfide che il cammino verso l’ideale dell’interculturalità comporta.
Dall’incontro di Fraciscio sono emerse concrete proposte sul come aiutarci a crescere nella direzione di una più vivace comunione fraterna e missionaria che chiama in causa tutti i confratelli della variopinta geografia della Congregazione. Stimolanti e impegnativi alcuni suggerimenti riguardanti l’area della formazione, l’inculturazione del carisma nella missione, la preparazione a vivere in comunità interculturali e lo spirito missionario da esprimere e diffondere ad intra e ad extra.
Insomma: un cantiere aperto, una strada aperta con un percorso tracciato.
Un cammino che il prossimo XX Capitolo Generale si accinge a verificare e riproporre con slancio in sintonia con il magistero di papa Francesco, come risposta profetica alle sfide del nostro tempo e in accordo con il sentire e la testimonianza di vita del nostro Fondatore.

 

 

 

 

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