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Il 28 Febbraio di cento anni fa, nel 1924 appunto, il IV Capitolo Generale della nostra storia, in un momento davvero critico per i Servi della Carità, eleggeva don Leonardo Mazzucchi alla guida della Congregazione.

Diventava successore di don Guanella uno dei bambini che lui aveva battezzato come parroco a Pianello, nel 1883.

Aveva sette anni ed era il piccolo di quattro figli quando morì suo padre Natale e la mamma, Domenica, iniziò ad affidare quella famiglia rimasta senza orientamento e sostegno alla paterna e affettuosa premura del parroco don Guanella.

Prima del papà era morta già la piccola Alessandrina e, qualche mese dopo il papà, in Casa Madre, a Como, moriva l’altro fratello Alessandrino per un tragico incidente, aprendo un altro squarcio nella vita familiare.

A nove anni Leonardo entra nel Seminario diocesano di Como, dove presto riceve Prima Comunione e Cresima, con don Guanella come padrino.

Tra Pollegio, Lugano e Como svolge gli studi ginnasiali, liceali e teologici e, nella Solennità dell’Immacolata del 1905 è ordinato sacerdote a Como, nella Cappella del Seminario.

Per pochi mesi viene inviato in cura d’anime a Rodolo di Colorina, in Valtellina, ma ad Ottobre del 1906, guidato e attratto da don Guanella, fa il suo ingresso in Casa Madre a Como, per il noviziato. Sarà tra i primi confratelli che nel Marzo 1908 emetteranno la Professione religiosa insieme a don Guanella e nelle sue mani.

Due anni dopo farà già parte del Consiglio generale, con don Bacciarini.

Le sue prime occupazioni sono quelle di scrittore, studioso, segretario, formatore.

Nel capitolo del 1912 è nominato Segretario generale della Congregazione.

Cura la redazione de La Divina Provvidenza e convince don Guanella a raccontare a sua propria vita, dettandola in un manoscritto che costituirà la preziosa autobiografia da noi conosciuta come “Le vie della Provvidenza”; allo stesso tempo si impegna a raccogliere tutte le memorie del Fondatore, i grandi eventi come pure “le schegge”, come amerà definirle lui col titolo latino di “Fragmenta vitae et dictorum”.

Nel 1915 vive da vicino la paralisi, l’agonia e la morte di don Guanella, di cui diviene il più figlio più intimo, l’erede più naturale e il più importante interprete.

Don Bacciarini lo inserisce nel governo generale straordinario che si forma alla morte del Fondatore, ma presto don Leonardo deve lasciare Como per andare a dirigere il primo seminario guanelliano di Fara Novarese e da lì inizia la stesura della prima grande biografia come pure la preparazione della Causa di santità di don Guanella.

Per don Bacciarini, eletto Vescovo di Lugano nel 1917, don Mazzucchi è la spalla sicura su cui contare per il governo dell’Istituto, sia a causa dei gravi problemi di salute come per il peso morale e fisico della doppia responsabilità di vescovo e superiore.

Nel terzo Capitolo Generale del 1921 succedono cose insperate, dal momento che tutto faceva intuire che Bacciarini avrebbe potuto finalmente lasciare il governo della Congregazione come desiderava da tempo. Alcuni guardavano a don Silvio Vannoni come possibile successore, ma lo stesso Bacciarini aveva detto e scritto più volte che don Mazzucchi era “il più indicato”.

Fatto sta che Mons. Bacciarini venne rieletto come Superiore Generale, anche sotto la spinta dello stesso don Mazzucchi, che viene rieletto Vicario Generale. Con Bacciarini, carico dell’impegno episcopale e malaticcio, don Leonardo di fatto dirige il grosso delle vicende di Congregazione, diventando l’iniziatore e l’anima anche del Bollettino interno, il Charitas, prezioso organo di unità tra i confratelli dispersi e autentica miniera per la trasmissione del meglio di don Guanella e del suo spirito. Una maniera di fare ‘formazione permanente’ ante litteram.

L’ultimo triennio del governo Bacciarini fu segnato da diverse difficoltà interne, in particolare l’atteggiamento critico e in qualche caso strafottente di un gruppo di confratelli che remavano contro il Consiglio generale fino al fattaccio eclatante della famosa poesia satirica offensiva del Maggio 1922 contro il governo generale che fu fatta circolare fra le case, con la complicità di un consigliere generale, don Vittorio Pontoglio.

La divisione era ormai evidente e profonda.

Mons. Bacciarini continuava ad insistere con Roma per essere sollevato dall’incarico, soprattutto in ragione della salute; a Dicembre del 1923 scriveva al cardinal Laurenti, allora prefetto della Congregazione dei Religiosi e al tempo stesso cardinale protettore per i guanelliani: una vera e propia supplica per essere esonerato dal compito e per la designazione di don Mazzucchi a Superiore Generale. Designazione che avrebbe dovuto essere fatta dalla Santa Sede, dal momento che mancavano ancora tre anni per il Capitolo Generale.

Ma il card. Laurenti crede più saggio invitare Bacciarini alle dimissioni e all’indizione di un Capitolo Generale straordinario per una più libera espressione dei confratelli. Così fu.

Bacciarini presentò le dimissioni il 12 Gennaio del 1924; il Papa le accettò il 16 Gennaio. Indisse il Capitolo per il 28 Febbraio seguente a Como e, nel pomeriggio precedente, a chiusura delle poche ore di preparazione alla celebrazione del Capitolo elettivo, tenne un discorso memorabile che don Mazzucchi pubblicherà solo nel 1941, molti anni dopo.

Un testo di eccezionale forza dove Bacciarini smentisce la voce che circolava, secondo cui presto la Santa Sede avrebbe mandato un Delegato Apostolico a dirigere la Congregazione come pure l’altra voce, secondo cui lo stesso Bacciarini aveva dato le dimissioni per favorire l’invio di tale Delegato Apostolico. Solamente chiacchiere -secondo Bacciarini- false e offensive della memoria del Fondatore.

Quindi il discorso passa a descrivere la situazione della Congregazione parlando di autentico ‘marasma’. Con una frase durissima stigmatizza quei confratelli che trovavano la causa del disagio in una mancanza organizzativa, in una incapacità gestionale o di attivismo e risolutezza:

“Si ha un bel dire che le Case si possono tener in piedi e far fiorire coll’ingegno, coll’abilità, coll’intraprendenza, collo spirito di iniziativa, colla volontà di ferro: con tutto questo farete buoni affari forse, ma non farete una Congregazione. Una Congregazione -e di questo bisogna essere persuasi come del Vangelo- una Congregazione è opera soprannaturale, è opera della grazia; e la grazia si ha o si perde a seconda della nostra corrispondenza e soprattutto a seconda dell’osservanza della regola”.

Insomma, una cosa è formare una Congregazione, altra cosa sono gli affari. Queste parole evidentemente non erano teoriche, ma fotografavano confratelli precisi con posizioni, affermazioni e atteggiamenti noti a tutti i capitolari. Immaginarsi l’effetto sui destinatari e sull’assemblea tutta…!

Cosa suggeriva? Riparare, rimediare, ricominciare, ritrovare…

Rifare la strada, praticamente, tormando al principio.

Cioè? Cioè la conversione.

Terminava con parole di fiducia, come un padre che conta sui suoi figli e sulla loro capacità di ripresa.

Un discorso monumentale, da rileggere ogni tanto.           

L’indomani mattina si ritrovarono i 37 capitolari rappresentanti dei 46 aventi diritto; alcuni erano rimasti nelle Case per garantire il funzionamento minimo.

Si passò a votare: 27 voti su 37 a don Mazzucchi.

Con 40 anni diventava la guida della giovane Congregazione con appena quindici case e neppure cinquanta confratelli perpetui, ma con un grande desiderio di risurrezione.

Le sfide erano colossali.

A iniziare dalla crisi interna dei contestatori dissidenti o dei religiosi che vivevano una consacrazione molto annacquata e a volte scandalosa.

Senza parlare dei vuoti che aveva creato la Grande Guerra e delle conseguenze nello stile di vita dei rientrati. Non solo il disordine, ma anche lo stordimento e l’abbattimento che la guerra aveva causato nel loro spirito, esaurendolo.

Vi era il problema economico che rendeva complicata la gestione delle case e il servizio ai poveri, in particolare dovuto a un certo individualismo delle Case nella gestione dei soldi e nella manía dei lavori non autorizzati.

La Congregazione, altro problema, non era stata ancora approvata ed era ferma al Decretum Laudis del 1912, per una certa confusione interna per cui vi erano religiosi esemplari ma anche religiosi mediocri e altri semplicemente aggregati che non volevano saperne di vita religiosa e persino teorizzavano che il Fondatore non aveva mai voluto una vera e propia Congregazione.

Non ultima vi era anche la scarsa reputazione che l’Istituto godeva preso qualche Vescovo e nella stessa Santa Sede; tutti consideravano il gran bene che si realizzava, ma tutti ne ravvisavano trascuratezza, confusione, squilibrio… 

Don Leonardo si mise subito all’impresa con il suo stile, tendenzialmente timido, ma ordinato, metodico, infaticabile.

Basterebbe guardare il Libro dei Verbali del Consiglio Generale che nel sessennio 1924-1930 registrò circa 70 adunanze ordinarie e molte di diversi giorni di durata.

Il suo programma era chiaro e ambizioso: ricostruire l’unità, curare la formazione, portare l’Istituto all’approvazione pontificia, evitare ogni parvenza affaristica nella gestione delle opere, avviare l’espansione della Congregazione fuori dall’Italia, riannodare i rapporti sfilacciati con le Figlie di Santa Maria, far conoscere la santità di don Guanella…

In particolare considerava urgente ricordare a tutti che la vera ricchezza della Congregazione non sono i soldi, ma le vocazioni e che la vera povertà non sono i debiti, ma la mancanza di futuro.

Grazie al suo governo la grande crisi fu superata e nella nostra storia il suo nome resta in benedizione, tanto che da molti e per molto tempo fu considerato il secondo ‘fondatore’ della nostra famiglia religiosa.

Per tutta la vita don Mazzucchi aveva conservato ogni frammento del Fondatore, ma soprattutto gli erano care le lettere che ne aveva ricevuto e che custodiva come perle.

In una delle ultime, pochi mesi prima di morire, dopo la grande sciagura del terremoto di Avezzano, don Guanella gli scrive una lettera per confortarlo nelle prove e, tra le altre cose, consigliandogli la fiducia in Dio, gli dice: “poco a poco il Signore lavora nell'animo umano come lo scalpello dello artista sul marmo che vuol ridurre a bella statua”.

Quel 28 febbraio di 100 anni fa fu la prova che lo scalpello dell’artista aveva lavorato…

 

padre Fabio Pallotta, SdC

 

Arca, 28 febbraio 2024

100º dell’inizio del Superiorato di don Mazzucchi