Esortazione apostolica Dilexi te: Francesco trasmette a papa Leone la cura dei poveri come missione della Chiesa. Che deve
ricordare la sua storia bimillenaria di carità
di don Gabriele Cantaluppi
Il 24 ottobre 2024 papa Francesco pubblicava la sua ultima enciclica Dilexit nos, sottolineando che il culto del Sacro Cuore di Gesù deve diventare il segno di un amore che non resta chiuso solo nella liturgia, ma essere motore di carità fraterna e di impegno sociale.
Il 4 ottobre di quest’anno il suo successore, papa Leone XIV, ha scelto di proseguire e quasi completare quell’insegnamento con un’esortazione apostolica dal titolo Dilexi te (Ti ho amato), dedicata alla scelta preferenziale per i poveri. Il titolo è tratto dalle parole con cui, nel terzo capitolo dell’Apocalisse, il Signore si rivolgeva alla Chiesa di Filadelfia, che si trovava nella prova, perché recuperasse la forza per mantenersi fedele al Signore e meritasse di essere da lui amata.
All’inizio del documento il Papa afferma che, pur attingendo agli appunti lasciati dal suo predecessore, ha aggiunto un suo contributo personale, concentrando tutto lo sguardo sui poveri e quindi sulla carità: «Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri. Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio, aggiungendo alcune riflessioni, e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato» (n. 3).
Per papa Leone, come era già stato per papa Francesco, vero discepolo di Cristo non è né il levita né il sacerdote della parabola evangelica, ma il samaritano, lo straniero, che si è fatto prossimo della povera vittima dei briganti, trovata mezza morta lungo la strada. Prendere sul serio questo, significa richiamare i cristiani al dono di sé stessi ai poveri, che devono essere posti al centro della vita della Chiesa. Il Papa invita a scegliere di stare con i poveri, mettendoli al centro delle nostre comunità, perché nella loro carne e nel loro sangue si rivela Gesù Cristo, lo stesso che è presente nel sacramento dell’Eucaristia. Viene enunciato con forza e chiarezza che i poveri non sono una categoria sociologica, ma la stessa “carne di Cristo”.
L’esortazione riporta l’incisiva affermazione di san Giovanni Crisostomo, che ricordava che i fedeli potranno adorare Cristo sull’altare solo se avranno saputo incontrarlo nei poveri che si trovano sulla soglia della chiesa. Anche per don Guanella le sue Case di carità, che all’interno avevano sempre la cappella con il Santissimo Sacramento, dovevano manifestare questo connubio fra Eucaristia e poveri. Verso il 1908 scriveva: «Un ampio ricovero verrà pure costruito intorno al tempio e così, secondo la parabola evangelica, si avrà sempre Gesù Cristo sacramentato a mensa con un drappello dei suoi ciechi, storpi e sordomuti»
Nel lungo capitolo terzo dell’esortazione, papa Leone ricorda la storia dei santi che si sono messi a servizio dei poveri, dal protomartire Stefano a santa Teresa di Calcutta, ripercorrendo i duemila anni di cristianesimo in una prospettiva di carità: «Ho voluto ripercorrere questa storia bimillenaria di cura ecclesiale per i poveri per mostrare che è parte integrante del cammino ininterrotto della Chiesa» (n. 103).
Ma la Chiesa del Vaticano II non si limita a fare azioni e progetti per i poveri; vuole stare con essi, sentire la loro voce, metterli al centro. Il cuore del messaggio, riassunto nel titolo «Ti ho amato» sposta la prospettiva dall’assistenza all’amore, al vedere nella persona fragile non solo un “caso” da gestire o un “utente” con un bisogno specifico, ma una persona che merita affetto, rispetto e una vera relazione, fino al punto da «lasciarsi evangelizzare dai poveri»
(n. 102). La medesima attenzione don Guanella raccomandava ai suoi seguaci in un Regolamento del 1899: «Ai più poveri e ai più derelitti si conviene non solo affetto di carità, ma stima e venerazione, perché più da vicino rappresentano Gesù Cristo».
I poveri sono al centro della Chiesa e del mondo di domani. Sono loro che disegneranno la Chiesa del futuro, perché una Chiesa senza carità non è nulla, mentre una Chiesa che cerca di amare è tutto. In questa prospettiva ecclesiale, nel 1915, quasi alla fine della vita, don Guanella apriva la sua carità anche al servizio pastorale: «Poiché è nell’indirizzo dei Servi della Carità che alla cura dei figli e dei vecchi poveri del popolo s’aggiunga la cura d’anime, così può darsi che ai Servi della Carità si affidi a governare qualche chiesa o qualche parrocchia».
L’esortazione riconosce la complessità delle nuove povertà, materiali, morali, spirituali, culturali, di diritti e di libertà. Questo è un invito diretto alle Opere guanelliane affinché non si irrigidiscano su categorie magari divenute obsolete, ma si impegnino ad affinare gli strumenti di ascolto e di intervento per cogliere il “grido”, spesso sommesso, di chi è emarginato socialmente o non ha gli strumenti per esprimere la propria dignità.
Per il Papa non esiste “il povero”, ma “i poveri”: «Sarebbe più corretto parlare dei molteplici volti dei poveri e della povertà, perché si tratta di un fenomeno variegato» (n. 9). Questa consi-
derazione deve spingere la comunità cristiana a compiere quell’ “opzione fondamentale” per i poveri per accoglierli sempre e in ogni tempo: «I poveri li avrete sempre con voi» ha chiarito Gesù (Gv 12, 8).
San Giovanni Paolo II invitava ad avere la “fantasia della carità”, da tradurre «non tanto e non solo nell’efficacia dei soccorsi prestati, ma nella capacità di farsi vicini, solidali con chi soffre, così che il gesto di aiuto sia sentito non come obolo umiliante, ma come fraterna condivisione» (Novo Millennio ineunte, n. 50). E i poveri, che vivono in condizioni di indigenza e si affidano totalmente a Dio, incarnano e testimoniano i valori evangelici della fiducia, dell’umiltà e della solidarietà e diventano così i nostri evangelizzatori, insegnandoci a concentrarci su ciò che è essenziale nella vita.