La radice della carità di don Guanella (e della nostra) è lo sguardo a Dio servito nei poveri. Alla scoperta della dimensione contemplativa della vita guanelliana

di padre Umberto Brugnoni, superiore generale dei Servi della Carità

«E qualunque cosa facciate, in parole in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre» (Col 3, 17).

Carissimi lettori di Servire, vi giungano i saluti dalla casa natale di san Luigi Guanella a Fraciscio (SO), a 1310 metri di altitudine Insieme ad altri cinque confratelli guanelliani e tre suore Figlie di Santa Maria della Provvidenza, abbiamo vissuto dieci giorni di intensa vita spirituale, contemplativa. La Famiglia guanelliana in questi anni sta dedicandosi al discernimento per comprendere se la dimensione contemplativa sia parte integrante del carisma, consegnato dallo Spirito Santo prima a don Luigi Guanella e ora a noi Guanelliani.

Certamente è la carità nella attenzione agli ultimi il fulcro del carisma guanelliano, e nei cinque continenti tutta la Famiglia guanelliana sta testimoniando in modo convincente e con particolare sensibilità questa vicinanza ai poveri, l'accoglienza, l’ascolto e la promozione in tutti gli aspetti della loro vita. Lo Spirito Santo ci ha suscitati per i poveri e la nostra vita personale e quella comunitaria hanno un senso proprio nella misura in cui viviamo la dedizione e il servizio a loro.

Ma la domanda che ci siamo posti durante quei giorni di discernimento ed esperienza a Fraciscio è la seguente: per chi lo facciamo?

La prima risposta è stata: per i poveri stessi! Ma solo in quanto essi sono l’immagine concreta del Signore. A questo proposito abbiamo richiamato alla memoria le parole di don Guanella che a noi raccomandava di servire «i poveri e i sofferenti, nei quali è più viva l'immagine del Salvatore» (Regolamento dei Servi della Carità, 1905).

Non siamo stati attratti e indotti a impegnare la nostra vita nell’Opera Don Guanella perché ci commuovono i poveri, perché ci emozioniamo davanti a loro, perché abbiamo un cuore sensibile verso la loro situazione. C’è anche tutto ciò, ma la motivazione fondamentale, ciò che ci ha convinti a lasciare tutto e a dedicare la nostra esistenza agli ultimi è l’amore per Dio. Don Guanella ne era totalmente convinto e infatti diceva di sé stesso di non essere un filantropo, un amante degli uomini, ma un missionario, un inviato da Dio ai poveri.

Capite, amici, che questo cambia tutto e orienta la vita non tanto verso i poveri, ma verso Dio, il quale poi ci manda ai poveri. A loro andiamo e operiamo per loro in nome suo, non in nome nostro! Qui sta tutta la ricchezza e il significato del nostro stare a servizio dei poveri. Siamo mano, cuore, premura di Dio per loro.

Nella santa Messa del Primo maggio, la liturgia della Parola, con il brano di san Paolo ai Colossesi, è stata estremamente chiara: «E qualunque cosa facciate, in parole e opere, tutto avvenga nel nome del Signore, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre» (Col 3, 17).

Questa è stata la nostra riflessione nell’esperienza di vita contemplativa che abbiamo fatto a Fraciscio che, se sarà necessario, ci condurrà a una reimpostazione del servizio caritativo che stiamo facendo. Sempre con una domanda principale: per chi lo stiamo facendo? A nome di chi siamo capaci di restare tutta la vita accanto a un fratello disabile fisico o psichico, a un anziano solo e spesso privo degli affetti di una famiglia, al ragazzo o alla ragazza provati crudelmente nella loro giovane esperienza di vita? La risposta è: lo facciamo per Dio!

E allora, a Dio va certamente dato il più e il meglio delle nostre giornate nel servizio ai fratelli, ai quali egli ci invia, ma prima ancora, nella preghiera, nella contemplazione della sua Parola, nella celebrazione del Sacrificio eucaristico, nel nutrire la nostra povertà con l’Eucarestia che ci trasforma in lui. Se Cristo e il suo esempio sono la motivazione del nostro amare e del servire gli ultimi, quale è il perché di tutto questo?

Mi piace continuare con il brano di Paolo ai Colossesi già citato: «Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo».

Ciò che facciamo per Cristo non è mai senza ricompensa, e quale ricompensa! La vita eterna, lo stare con lui , la felicità che non si esaurisce mai! Cari amici, lettori di Servire, accogliete anche voi, durante questo tempo in preparazione alla solennità di Pentecoste, l’invito di san Paolo, che più volte ci è stato rivolto anche da papa Leone XIV: mettere Cristo al centro della nostra vita, quale motivazione portante del nostro parlare e del nostro agire quotidiano. Buona estate e ovunque andrete, se lo cercate, Dio vi aspetta!