La missione guanelliana a Nazareth Illam, presso Thalavadi, dove la carità vince i limiti personali e ambientali

 di padre Arun Kumar

Tra le nebbiose alture di Thalavadi (Tamil Nadu) in India, a 850 metri di altitudine, una piccola comunità sta silenziosamente ribaltando decenni di pregiudizi che nel Paese circondavano le malattie mentali croniche. Questa è Nazareth Illam, un “santuario di speranza” diretto dalla carità fattiva dei Servi della Carità (Guanelliani). Dove ad altri appare solo un paesaggio aspro e inospitale, i discepoli di don Guanella vedono il palcoscenico perfetto per un miracolo, dove si realizza per mandato divino il loro carisma di carità.

Infatti la missione di Nazareth Illam non è un semplice progetto sociale; è una risposta, suggerita dal Vangelo. Ispirata al versetto del
salmo: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato» (Sal 34, 18), l’Opera guanelliana in questo luogo accoglie con cura e dedizione gli "spiriti affranti" della schizofrenia, del disturbo bipolare e della depressione grave.

È una missione di carità che affonda le sue radici nella visione di san Luigi Guanella. Egli, seguendo a sua volta l’esempio di un altro santo, san Giuseppe Benedetto Cottolengo, chiamava le persone con disabilità con il nome di "buoni figli" e li riteneva suoi. Non li considerava "pazienti", bensì vedeva in essi il volto di Cristo. A Nazareth Illam, questa intuizione spirituale trasforma e accresce l’efficacia della cura psichiatrica, mettendo gli ospiti al posto privilegiato della Casa.

Prima di tutto riassumiamo brevemente la storia di questo apostolato. Per iniziativa dei Guanelliani, a Thalavadi la missione in favore delle persone con disturbi mentali è iniziata il 21 maggio 2009, su un terreno donato da padre Antonysamy, sacerdote diocesano della diocesi di Ooty. Inizialmente si trattava di un programma di riabilitazione a domicilio, volto a individuare i bisogni delle persone con disabilità nei villaggi di montagna e a fornire loro medicinali e assistenza a casa loro. In seguito, nel 2011, su richiesta del prefetto della città di Erode, la Casa si è trasformata in un centro residenziale e oggi la struttura accoglie 80 residenti (50 uomini e 30 donne) con un’équipe operativa formata da alcuni religiosi guanelliani e da venti operatori laici.

Si è giunti così a individuare il cosiddetto "modello Thalavadi" per il recupero degli ospiti. Per molti che approdano a Nazareth Illam, il percorso inizia nel punto più basso dell'esperienza umana, l'abbandono. Molti vengono salvati dalla strada dai propri familiari o dalla polizia; la loro problematica prima viene diagnosticata da professionisti psichiatrici presso l'Ospedale generale di Erode, poi vengono accompagnati a un percorso di reintegrazione.

È una missione che utilizza un approccio moderno e che assume il nome (forse ambizioso) di “modello Thalavadi”, dove la psichiatria moderna si unisce all'ecoterapia, che utilizza l'interazione con l'ambiente naturale per migliorare la salute mentale e fisica.

Il recupero dei disabili si basa sui tre pilastri classici nell’Opera Don Guanella. Si parte dall’espressione del Fondatore “Pane e Signore” e si aggiunge la sua intuizione circa la valenza curativa del lavoro. Prima di tutto si cerca di garantire l’integrità fisica di base attraverso un'alimentazione sana e un alloggio pulito (il pane). A questo si unisce l’accompagnamento spirituale e la convinzione che ogni uomo abbia bisogni spirituali da soddisfare (il Signore).   Da ultimo viene il lavoro: i residenti partecipano alla vita quotidiana attraverso piccole attività agricole e raggiungono una formazione professionale, dedicandosi alla produzione di piatti in noce di areca (stoviglie “usa e getta” realizzate con le foglie della palma Areca catechu, molto apprezzati come alternativa sostenibile alla plastica), zerbini, sartoria e allevamento. Queste attività portano gli ospiti a riappropriarsi della propria identità attraverso la vita sociale e la natura. In quindici anni, il “modello Thalavadi” ha reintegrato con successo nelle loro famiglie oltre novecento residenti.

Ma in realtà Nazareth Illam ha costituito anche una sfida contro l’abbandono della montagna di Tha-
lavadi. La regione è abbastanza iso-
lata geograficamente e scarsa di infrastrutture. Inoltre il clima costituisce un serio problema, perché la montagna è tormentata dal sole cocente e da una grave carenza idrica, che finisce per essere destabilizzante per gli abitanti. Si potrebbe dire che si tratta di una frontiera dimenticata, poiché la montagna è lontana, e chi è emarginato per la propria malattia rischia di essere doppiamente dimenticato. I Guanelliani hanno dunque “edificato” un ponte tra questo isolamento e il resto del mondo.

In mezzo a queste difficoltà circostanti e alla povertà, la "montagna abbandonata" di Thalavadi si sta trasformando in un “Tabor della Trasfigurazione”. Occorre però incrementare il supporto medico e nutrizionale, offrendo un accesso a farmaci psichiatrici e ai consueti tre pasti equilibrati al giorno. Vanno poi aggiunti laboratori professionali, dotati di strumenti per attività agricole e artigianali, in modo da offrire un’occupazione significativa agli ospiti.

Vi è un’ultima sfida, costituita dalla manutenzione adeguata della struttura, perché Nazareth Illam conservi una condizione confortevole. In pratica occorre provvedere urgentemente all’installazione di pannelli solari che garantiscano energia a tutta la struttura, come pure un veicolo multiuso per gli spostamenti. Bisognerà pensare alla tinteggiatura degli edifici, alla realizzazione di recinzioni, di coperture adeguate per le terrazze e alla posa della pavimentazione.

Dunque a Nazareth Illam non ci si limita alla cura di una malattia, ma secondo il carisma guanelliano si accolgono le anime, realizzando così una missione che consenta ai disabili di “riappropriarsi del proprio nome”, cioè di un sorriso e di un posto dignitoso nella società.