Don Nino Minetti, superiore generale emerito, ripercorre
in questa intervista i suoi lunghi anni trascorsi nell’Opera Don Guanella, svolgendo ministeri di grande responsabilità
a cura di don Salvatore Alletto
L’8 dicembre 1935, solennità dell‘Immacolata Concezione. 90 anni fa, Lei apriva gli occhi al mondo. Quale ricordo ha dei Suoi genitori?
Innanzitutto ringrazio il Signore per avermi aperto gli occhi alla vita in un giorno tanto solenne e significativo. E ringrazio la Vergine che da quel giorno mi ha preso sotto la sua materna protezione. Dei miei genitori, Angelo Raffaele e Lucia Cisaria, ho solo ricordi di infanzia e purtroppo anche pochi. «Tua madre era fiera di te», mi si diceva dai familiari, dopo che il Signore me la tolse per sempre nel 1943, all’inizio dei miei otto anni.
superiore generale uscente,
e don Nino Minetti, appea eletto, il 22 luglio 1993
Personalmente, di lei, ricordo solo l’abbraccio che ci scambiammo in ospedale, sul suo letto di morte. Fu così intenso e avvolgente che non mi permise di fissarla in volto e quindi di fermare nella memoria l’ultima sua fotografia. Di mio padre sento ancor vive l’attenzione e la tenerezza, anche se talvolta non riusciva a superare modi o espressioni di severità, contratte durante un servizio militare assai lungo: trentasette anni, di cui quasi otto in zone avanzate di guerra.
Qual era uno dei Suoi giochi preferiti da bambino?
Non ne avevo tanti da poter scegliere. Si viveva nell’immediato dopoguerra e per mancanza di mezzi ci si affidava alla fantasia, praticando giochi primitivi e rudimentali. Certo ho giocato molto al calcio, ma davanti alla mia parrocchia, in mezzo a una pineta, con un pallone fatto di stoffa.
Quando sentì per la prima volta dentro di Sé la chiamata a spendersi per Dio e per gli altri?
Dopo i primi tre mesi dalla mia entrata nel seminario minore dei Guanelliani in via Aurelia Antica-Roma, nel 1948. E fu la conclusione di un periodo di discernimento assai accurato, fatto sotto la guida del padre spirituale don Luigi De Bernardi, giovane sacerdote guanelliano, per il quale ho sempre avuto una grande riconoscenza. Scelsi la santa Messa della notte di Natale per dire al Signore: «Non ti lascerò mai più».
Su tutti, c’è un confratello guanelliano che ha inciso più degli altri nel Suo cammino verso il sacerdozio?
Nei primi anni della mia lunga formazione (avevo 14 anni), ebbi grande ammirazione per i confratelli della “prima ora”, che avevano vissuto ed erano stati “impastati” dal Fondatore. I più longevi li ho conosciuti quasi tutti. In particolare mi colpiva don Mazzucchi, che molto spesso amava visitare i seminari. A Roma trascorreva intere stagioni (solitamente l’inverno) e allora era assicurata la “meditazione” da lui dettata quotidianamente: tono pacato, occhi semichiusi, eloquio elevato, argomento immancabilmente guanelliano. Oltre a questo padre “mite e mitico” che mi fece intravvedere nel Fondatore il santo della carità, ci fu un secondo confratello che mi mostrò dal vivo il modo di essere sacerdote guanelliano, don Attilio Beria: religioso esemplare, amato pastore di anime, era anche un bravo catechista, un ottimo professore di storia ecclesiastica, un conferenziere molto ricercato, primo e insuperato studioso del Fondatore. Lo conobbi a Chiavenna (Sondrio) durante i miei studi teologici, dal 1959 al 1963. Lo reincontrai a Roma: lui aveva ricevuto la nomina a bibliotecario privato del papa Paolo VI. Gli fui vicino quando il Signore lo chiamò a sé prematuramente nel 1983. Ancor oggi il suo ricordo mi è di incoraggiamento e di consolazione.
Che cosa ricorda degli anni del Concilio Vaticano II?
Sempre, pensando al Concilio, mi sorge istintiva la domanda: ma perché noi, pur essendo studenti di teologia, non venimmo sensibilizzati a un evento di tanta importanza? Eppure il periodo preparatorio al Concilio durò un triennio, dal gennaio 1959 all’ottobre 1962. Ecco perché, arrivando a Roma dopo la mia Ordinazione nell’ottobre 1963 e dovendo rimanervi come educatore in seminario minore e come studente alla Pontificia Università Gregoriana, mi dedicai subito alla conoscenza di ciò che stava accadendo. Ricordo che ebbi difficoltà ad ambientarmi. Da un lato Roma sembrava un alveare. Una miriade di sacerdoti e vescovi circolava per le strade e le piazze della Città eterna. I giornalisti affollavano i Centri stampa. I teologi si affrettavano da una riunione all’altra, discutendo dietro le quinte quali strategie adottare. Le trattorie erano sempre piene. Dall’altro c’era un brulichio di pubblicazioni, conferenze, convegni, in cui spesso prendevano il sopravvento giudizi imprudenti e interpretazioni piuttosto scioccanti.
Racconti qualche episodio sull’evento conciliare.
Un avvenimento mi incantava: assistere all’uscita dei tremiladuecento vescovi dalla Basilica di San Pietro al termine delle singole sessioni conciliari. Da lontano sembrava un gigantesco alveare da cui, a velocità diverse, si staccavano le api, per prendere le direzioni più disparate. Seppi che, dopo due anni di lavoro preparatorio, erano stati preparati settantacinque schemi, passibili di perfezionamento mediante la loro discussione nell’aula conciliare e, certo, con l’aiuto dello Spirito Santo. Nel frattempo guardavo al papa Giovanni XXIII, e mi piaceva che fosse così ottimista, diretto, così semplice, così umano. Ricordo che conobbi alcuni teologi consultori o periti al Concilio e cominciai ad ammirarli: Karl Rahner, Joseph Ratzinger, Henri de Lubac, Yves Congar. Lavoravano per i rispettivi vescovi, preparando loro gli interventi da tenere in sede conciliare. Già alla fine del 1963, i padri votarono la prima costituzione e i primi decreti. E una volta votati, venivano anche pubblicati. Comprai subito la costituzione che riguardava la liturgia, la Sacrosanctum Concilium del 1963, e la lessi. Ricordo che tra me dicevo: «Rivoluzione è fatta!». Aspettai con una certa ansia la costituzione sulla Chiesa, la Lumen Gentium apparsa nel dicembre 1964. Non la lessi subito. Dai commenti mi accorsi che anche nella visione della Chiesa qualche novità sarebbe stata introdotta: da Chiesa gerarchica a Chiesa-comunione. Ovviamente ho ancora limpida nella memoria la cerimonia stupenda della chiusura del Concilio, l’8 dicembre 1965.
L’Opera don Guanella è subito diventata la Sua seconda famiglia. Tanti anni nel servizio dell’autorità, dodici da Superiore generale. Qual è stata la gioia più grande da superiore generale? E il momento più difficile?
È vero, faccio parte della Famiglia guanelliana dal 15 ottobre 1947, quindi da settantotto anni. Vi entrai che ne avevo dodici. E anche nel servizio dell’autorità gli anni non sono stati pochi: trent’anni anni, dal 1976 al 2006, e in particolare dal 1993 al 2006 come superiore generale. Non fu cosa semplice per me vestire i panni di superiore, per di più dopo giganti come don Olimpio Giampedraglia e don Pietro Pasquali. Fui preso, subito dopo l’elezione, da pensieri di scoraggiamento, propri di chi crede di non essere all’altezza del compito che gli viene affidato. La Congregazione aveva bisogno di una figura che garantisse la continuità col passato e, al tempo stesso, di una figura che la traghettasse verso il nuovo millennio ormai alle porte. E non finiva qui, perché occorreva anche accompagnarla nella sua fase di promettente espansione in Africa, in Asia e in America Latina. Confesso che questi pensieri nei primi mesi dalla elezione, in alcune occasioni, erano diventati un incubo. Me ne liberai solo quando presi piena coscienza che dovevo immedesimarmi nella persona del Fondatore, che rappresentavo: «Da Cristo so come è fatto Dio. È Amore e Provvidenza, e quindi da lui verrà l’ispirazione e l’indicazione della strada». Lentamente ritrovai serenità, subentrò la fiducia e finalmente la gioia di passare all’azione. Dall'elezione a superiore erano passati alcuni mesi. Fu questo il momento più difficile, ma anche quello più gioioso del mio superiorato.
Lei è stato colui che ha dato grande impulso agli studi su don Guanella. Perché per Lei è così importante la storia e le radici?
Innanzitutto per un principio di ricerca storica che dice: «Se vuoi conoscere una persona, scava nelle sue radici». Per noi, a maggior ragione: il Fondatore non è una persona qualsiasi. Ricordiamoci poi che noi siamo stati obbligati dal Concilio, nel decreto sul rinnovamento della vita religiosa, Perfectae Caritatis del 1965, a fare questa ricerca, ritenendola uno dei «principi generali di un conveniente rinnovamento». Ricordo quasi testualmente: dopo il seguire Cristo come regola suprema, l’aggiornamento della vita religiosa comporta «il continuo ritorno alle fonti e allo spirito primitivo del proprio istituto. Perciò fedelmente si interpretino e si osservino lo spirito e le finalità proprie dei Fondatori, come pure le sane tradizioni: tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto» (n. 2). Cosa che negli anni la Congregazione ha curato scrupolosamente, dandosi subito nel 1976 il Centro Studi Guanelliani, nel 1986 approvando le rinnovate Costituzioni e tra il 1988 e il 2023 pubblicando sei volumi con l’Opera omnia del Fondatore, oltre naturalmente le varie collane di studi, che hanno accompagnato la ricerca.
Dove sta andando la Chiesa?
Non mi sento all’altezza di poter dare un giudizio sul cammino della Chiesa nel mondo contemporaneo. Faccio mia la risposta alla stessa domanda, rivolta a papa Benedetto XVI: «Se si studia la storia dei papi, ci si accorgerà ben presto che la Chiesa è sempre stata una rete in cui finiscono pesci buoni e pesci cattivi. La concezione cattolica della Chiesa, e dei ruoli dirigenziali al suo interno, esclude che si adotti come parametro quello di una Chiesa ideale, e prevede invece che si sia pronti a vivere e a lavorare in una Chiesa assediata dalle forze del male» (Peter Seewald, Benedetto XVI. Una vita, Milano 2020, p. 1203).
Ha qualche rimpianto?
Sì, quello di non aver dato sempre spazio all’ascolto dei confratelli nel mio ruolo di superiore. Molti di costoro ormai non sono più. Approfitto per chiedere scusa a tutti, vivi e defunti.
C’è qualche persona che Le manca e che vorrebbe ancora con Sé?
Mia sorella! Se guardo la mia vita e ne escludo la prima fanciullezza, con lei ho vissuto solo il tempo delle vacanze, un tempo troppo ristretto per entrare in familiarità. Mi ero proposto che, con il passare degli anni e senza più impegni di rilievo, avrei cercato più occasioni per ospitarla in casa nostra o per farle visite più frequenti. Ma il Signore me l’ha tolta in tre mesi, con un male fulminante, nel 2009. L’ho pianta e per un po’ di tempo senza rassegnazione. A quanto mi veniva detto, era il ritratto di mia madre. Al che per istinto mi dicevo: «Allora sono rimasto orfano due volte, nell’infanzia e ora nella vecchiaia, ambedue momenti delicati della vita».
Ha paura della morte? Come si immagina l’aldilà?
Della morte, no, non ho paura! Ma del dolore che presumibilmente mi ci condurrà, sì. Sto cercando di prepararmi alla morte, vivendo in modo da superare l’ultimo esame che mi ammetterà al cospetto di Dio, nella consapevolezza che tutta la vita tende a questo incontro.
Come immagina la vita eterna?
Un viaggio infinito nelle consolazioni di Dio.
Cosa direbbe oggi a un giovane desideroso di donare la sua vita a Dio e agli altri nella nostra Congregazione?
Direi quello che mi disse un nostro confratello anziano, che venne a farci visita in seminario minore: «Compito di ogni sacerdote è cercarsi un successore». Poi fissandomi con certo piglio accattivante, aggiunse: «Posso far affidamento su di te? Mi impegnerò sia in terra che dal cielo per ottenere dal Signore questo regalo».