Dopo dieci anni di vita sacerdotale, un religioso africano racconta la sua esperienza nel ministero e nella formazione dei giovani. Nel seminario a Ibadan, in Nigeria, affronta le difficoltà, guidato dalle linee stabilite dalla Chiesa, ma anche dall’ideale guanelliano

di don Anthony N. Azubuike

Quest’anno sono giunto al decimo anniversario della mia Ordinazione sacerdotale e ho ricordato questo anniversario insieme ai sacerdoti guanelliani, con cui ho percorso le tappe della formazione nella Vice Provincia africana “Nostra Signora della Speranza”. È una ricorrenza che invita a celebrare l’amore e la fedeltà che il Signore ha avuto nei confronti miei e dei mei compagni. Se dovessi riassumere il cammino di questi anni, non esiterei a dire che sono stati anni in cui il Signore è stato fedele alle sue promesse.

Oltre ai sentimenti di gratitudine a Dio e ai confratelli che ci hanno aiutato a crescere, questa occasione di ringraziamento è anche un’occasione propizia per riscoprire le convinzioni che ci hanno sostenuto nel cammino. Siccome poi siamo anche nell’Anno santo, questa coincidenza ci dà un motivo ancor più valido di essere fratelli e padri di quanti la divina Provvidenza ha messo sul nostro cammino. In questi dieci anni abbiamo imparato a esercitare il nostro ministero essendo “forti e miti”. Abbiamo bisogno di essere “forti”, non perché ci sentiamo ricchi delle nostre qualità umane (che pur sono importanti nel nostro ministero), ma piuttosto “forti” interiormente e spiritualmente, mediante la grazia divina che opera in noi e attraverso di noi. 

Dopo questi anni di esperienza, di crescita e di impegno, ho scoperto con maggiore profondità che il sacerdozio è un dono prezioso, ma anche una responsabilità grande. Occorre sempre prendere coscienza del dono ricevuto, senza mai trascurare le responsabilità che nascono da questo dono.

Guardando indietro a questi dieci anni, che sono passati velocemente, posso dire che l’esperienza mi ha condotto alla riscoperta della mia vocazione dentro la vocazione degli altri. Infatti i superiori mi hanno indirizzato a esercitare la missione guanelliana nell’accompagnare il cammino vocazionale dei giovani che aspirano alla vita religiosa tra i Servi della Carità. E siccome l’educare è senz’altro un atto di carità, sento di essermi realizzato nella mia vocazione.

San Luigi Guanella ha scritto ai suoi primi seguaci: «Tutto il mondo è patria vostra». A me è capitato di vivere questi dieci anni di sacerdozio percorrendo tutto il mondo guanelliano. Dopo la mia Ordinazione sacerdotale in Nigeria nel 2015, subito sono partito per la Repubblica Democratica del Congo per accompagnare i seminaristi guanelliani in quel Paese e allo stesso tempo lavorare in un Centro per i ragazzi di strada. Nel 2019 mi è stato chiesto di trasferirmi a Roma, per svolgere la funzione di vicerettore nel Seminario Monsignor Bacciarini, il seminario maggiore dell’Opera Don Guanella. Per me la permanenza a Roma ha avuto un grande valore, sia per approfondire la vita guanelliana, ma anche per esercitarmi nella pratica di formatore e per proseguire gli studi in vista di una specializzazione. Dopo aver concluso il periodo romano, ho ricevuto una nuova nomina e sono rientrato in Nigeria, dopo dieci anni di missione fuori dal mio Paese.

La Nigeria, con una popolazione di quasi 230 milioni di abitanti, in massima parte giovani, sta affrontando difficoltà e crisi sociali, educative e anche religiose. In particolare si registrano gravi persecuzioni dei cristiani, sia sacerdoti che fedeli. C’è un clima di grande insicurezza, soprattutto nel nord del Paese. Di fronte a questa dolorosa situazione, mi risuona ciò che ha detto san Luigi Guanella: «Fermarsi non si può finché ci sono i poveri a cui provvedere».

Sono stato nominato formatore nel seminario guanelliano a Ibadan, città della Nigeria sud-occidentale con un milione e mezzo di abitanti, in una zona dove il carisma e la spiritualità guanelliana parlano al cuore dell’uomo. Infatti, in un contesto come quello di Ibadan, molte persone hanno bisogno di sentirsi amate da Dio e dai fratelli.

La Casa di formazione a Ibadan ospita i seminaristi guanelliani provenienti da cinque diverse nazioni, Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Togo, Kenya e Tanzania. Alcuni sono già religiosi, altri si preparano con lo studio e sono distribuiti in due cicli: quello della Filosofia, e quello della Teologia. Inoltre è una comunità formativa che gestisce un Centro che ospita sessanta ragazzi disabili. Infine, per completare il panorama dell’Opera di Ibadan, vi è anche una scuola secondaria con duecento ragazzi. Come si può vedere, si tratta di una realtà ampia e impegnativa, che richiede molto lavoro per andare avanti bene.

Ad accompagnare i giovani in formazione, vi è un’équipe di formatori, ma anche alcuni dipendenti e vi è anche anche la possibilità di praticare il volontariato. È una comunità davvero grande, che si propone come missione principale quella di aiutare i giovani guanelliani a discernere, crescere e maturare la loro risposta alla chiamata di Cristo, per diventare Servi della Carità. Poiché accompagnare significa “camminare insieme” con l’intento di educare e far crescere nei veri valori, occorre appunto che noi formatori siamo presenti e camminiamo insieme. Anch’io dunque partecipo a tutte le attività del seminario, attraverso le quali i seminaristi si formano a diventare Servi della Carità. 

La formazione dei futuri religiosi e sacerdoti deve tenere conto della crescita integrale della persona, che ha bisogno di formazione umana, spirituale, intellettuale e pastorale. Si seguono le linee indicate dal documento di Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis del 1992, che trovano la loro completa attuazione nella Ratio Formationis dei Servi della Carità. Abbiamo chiaro un obiettivo, quello di preparare “buoni” Servi della Carita, che abbiano buona salute fisica e mentale, che siano capaci di evangelizzare con la carità e far nascere la speranza nei cuori dei poveri, che sono i prediletti di Dio.