Da 125 anni la landa del Pian di Spagna si è trasformata in un paese attivo, con al centro la Casa Madonna del Lavoro. Tra i “sogni” di Guanella, questo era il più improbabile
di Riccardo Bernabei
Il 4 novembre 1900, «con stenti e sudori, ma con gioia e plauso universale» veniva inaugurata, «la nuova colonia agricola di Olonio San Salvatore in Pian di Spagna» (L. Guanella, Per gli emigranti, «La Divina Provvidenza», novembre 1900), una delle Opere più iconiche di don Guanella, nella quale la cura pastorale e la missione caritativa si sono inestricabilmente legate alla rinascita di un territorio.
Il centoventicinquesimo anniversario è l’opportuna occasione per ripercorrere le origini della Casa Madonna del Lavoro, della parrocchia del Santissimo Salvatore e del paese di Nuova Olonio, come ha fatto lo storico don Saverio Xeres lo scorso 17 ottobre, in una conferenza nell’ambito delle celebrazioni, culminate domenica 24 ottobre 2025 con la messa del cardinale Oscar Cantoni, vescovo di Como.
Sino all’avvento dei moderni mezzi di trasporto, per raggiungere il Pian di Spagna (questo il nome dell’ampia pianura dove termina la Valtellina) si utilizzava la via d’acqua, sbarcando a Colico, sulla punta settentrionale del Lago di Como. Proseguendo a piedi, all’imbocco della Valchiavenna (dalla quale si poteva poi raggiungere la Val San Giacomo, patria di don Guanella) si incontrava questa landa, dove nel I secolo dopo Cristo era stata fondata Olonio.
Il borgo aveva goduto di una certa prosperità in epoca medievale, ma le continue esondazioni dell’Adda avevano costretto la popolazione ad abbandonarlo. Molti secoli dopo, nel corso del-
l’Ottocento gli austriaci riuscirono a incanalare il fiume, impedendo nuove inondazioni, ma oramai il Pian di Spagna era diventato una palude, che aveva inghiottito persino le rovine dell’antica Olonio.
Il giovane Luigi Guanella, scendendo dai suoi monti per raggiungere il seminario a Como, quando «traversava le lande e le steppe del Pian di Spagna, non sapeva capacitarsi come si lasciasse incolto sì vasto terreno, mentre sui suoi monti si coltiva anche una spanna sopra una roccia per ricavarne un piccolo mucchio di fieno» (L. Guanella, Appunti sulla storia della Casa di Provvidenza. Bozzetti). Un’osservazione quasi da agronomo, nella quale però si legge anche un drammatico ricordo personale, quello del fratello Gaudenzio, perito tragicamente nel 1871, precipitato da uno sperone roccioso.
A preoccupare don Guanella era anche il fenomeno dell’emigrazione di massa «la quale spezza i legami di nazionalità e di famiglia senza togliere dall’indigenza». Ma «basta gridare contro gli orrori dell’emigrazione? No, bisogna fornire ai contadini il mezzo di guadagnarsi onestamente il pane nel loro paese» (L. Guanella, Colonia agricola cattolica nel Pian di Spagna sopra Colico, «La Divina Provvidenza», aprile 1900).
Don Guanella a lungo meditò e poi avviò l’Opera, spinto da queste considerazioni, ma anche da un’ispirazione interiore raccontata nell’autobiografia e risalente al periodo in cui si trovava presso don Bosco: «Presentimento o non presentimento, [...] aveva in mente il Pian di Spagna fisso fisso, e chiaro chiaro come un giorno là si sarebbe fatta una fondazione, e i poveri iniziatori che si sarebbero valsi delle cannuccie secche di granoturco per accendere nella loro povertà un po’ di fuoco» (L. Guanella, Le vie della Provvidenza).
Nel 1899 don Guanella costituì un comitato che avrebbe dovuto promuovere la costruzione di una chiesa, la bonifica dei terreni e la costituzione di una colonia agricola. Nel luglio 1900 venne firmato l’atto di acquisto di un vasto appezzamento e si poterono avviare i lavori. Man mano che il terreno veniva strappato alla palude e diveniva coltivabile si insediavano le famiglie dei contadini: nasceva, o rinasceva, così Olonio San Salvatore, per la quale don Guanella fece anche aprire una scuola elementare.
Fin da subito fu predisposta la costruzione di una cappella provvisoria in legno, dedicata al Divin Salvatore, pronta già alla fine di settembre di quel 1900. La colonia aveva «per sua speciale patrona la Madonna del Lavoro». Una tale invocazione mariana si era diffusa in Francia alla fine dell’Ottocento, in consonanza con il magistero di Leone XIII, il papa che con l’enciclica Rerum novarum (1891) aveva per la prima volta posto la Chiesa di fronte alla questione operaia. Un simulacro della Vergine, con accanto genuflessi due lavoratori in abiti tradizionali valtellinesi, venne accolto nella chiesetta provvisoria il 5 maggio 1901: i «contadini del Pian di Spagna [...] veggono nella Vergine che accoglie l’omaggio dell’agricoltore e dell’operaio l’immagine propria e se ne inteneriscono» (L. Guanella, Il mese della Madonna della Provvidenza e del Lavoro, «La Divina Provvidenza», maggio 1903). Nel maggio 1904 venne inaugurata l’attuale chiesa in muratura, sede parrocchiale dal 1936 e santuario della Madonna del Lavoro dal 1942.
La bonifica era stata affidata a esperti operai veneti, ma ad aiutarli c’erano i disabili provenienti dalla Casa Divina Provvidenza di Como. Il 29 settembre 1900 infatti don Guanella era giunto in battello, «con una dozzina di ricoverati che chiamava buoni figli e li aiutava a salire sopra un carro preparato, e via fra le risa di quei di Colico che strabiliavano» (Le vie della Provvidenza). Sarebbe stata questa particolare compagnia a compiere l’impresa che neppure l’efficiente governo asburgico era riuscito a concludere.
Parte del terreno rimase alle cure dei “buoni figli”, che proprio attraverso il lavoro agricolo svolgevano una vera e propria terapia. Notava un soddisfatto Guanella che essi «nel vedersi utilizzati nei lavori campestri più materiali [...] si sentono quasi riabilitati; essi con vivissima compiacenza amano mostrare agli altri che valgono qualche cosa e si guadagnano il loro pane» (Luigi Guanella, Per i nostri deficienti psichiatria?, «La Divina Provvidenza», luglio 1903).
L’iniziativa di don Guanella aveva ridato vita un territorio morto e fatto nascere una nuova comunità, oggi diventata più numerosa del nucleo di Dubino, cui appartiene civilmente. E dopo 125 anni quell’Opera continua nella vasta e funzionale Casa Madonna del Lavoro, che accoglie oltre duecento ospiti tra anziani e disabili, e che è segno di come il lavoro umano sia realmente «partecipazione non solo all’opera della creazione, ma anche della redenzione» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 263).