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Discernimento Vocazionale in un mondo Interculturale

Se è già problematico parlare di vita consacrata in un mondo interculturale, forse lo è ancora di più un discorso sul “discernimento vocazionale” nel mondo interculturale di oggi. Basta rileggere la relazione del superiore generale dei verbiti, Mark Weber, tenuta in apertura della seconda giornata di lavori nell’assemblea USG in corso, per rendersene conto. Nel suo ampio intervento ha affrontato sostanzialmente due aspetti: anzitutto quello delle qualità, dei doni e delle capacità necessarie per una vocazione religiosa in un mondo interculturale, e poi quello del contesto e degli elementi coinvolti in una comunità di formazione interculturale. Per chiarire, in partenza, il concetto di cultura, è ricorso all’immagine dell’iceberg: la sua punta visibile è solo una piccola parte, tutto il resto, e cioè le credenze, i valori, i miti, i modelli, i simboli ecc., è nascosto sotto la superficie dell’oceano. Tutti questi importanti elementi «vengono acquisiti implicitamente, sono inconsci, difficili da cambiare, e costituiscono la conoscenza soggettiva». Ma tutto questo, quanto può incidere sul discernimento vocazionale? Come si può aiutare una persona a crescere e a maturare in un contesto sempre più interculturale?
Weber prova a rispondere e lo fa illustrando per sommi capi l’importanza della formazione intellettuale, umana, spirituale, comunitaria, apostolica dei candidati alla vita consacrata. Non basta avere una comunità formata da persone provenienti da paesi diversi, per garantire il suo sviluppo in una dimensione di una comunità veramente “interculturale”. «Troppo spesso le comunità multiculturali sono tali solo al livello superficiale del cibo, del costume, e di qualche parola della lingua, cioè la punta dell'iceberg. Gli elementi più profondi della cultura – specialmente quelli che creano tensione e conflitto nella comunità – non vengono mai trattati». Il presupposto che tutti i membri di una comunità multiculturale abbiano esattamente la stessa visione della chiesa, del ministero, della vita religiosa, e della spiritualità «può portare a malintesi, risentimenti e conflittualità». Una effettiva interazione interculturale è, di fatto, una delle sfide più serie. E’ in qualche modo inevitabile che i membri di queste comunità tendano «a frequentare soprattutto quelli che hanno il loro stesso bagaglio culturale». Il rischio di un isolamento tra un gruppo e l’altro, compromettendo in partenza il difficile processo dell'impegno interculturale, è reale. Non c’è dubbio che «la conoscenza della cultura e della dinamica interculturale, la maturità emotiva e la forza psicologica sono tutti elementi indispensabili per una vera e propria comunità interculturale».
Dal momento che esistono certamente grosse sfide quando si ha a che fare con candidati di varie culture, rimane aperto il discorso sul momento più opportuno dell’inserimento di un candidato alla vita consacrata in una di queste comunità. L’esperienza dei verbiti insegna che un'adeguata preparazione ad immergersi in un altro contesto, la conoscenza della lingua e la sensibilità da parte dei formatori, tutto questo può offrire dei sicuri vantaggi «nel discernere e preparare per una vita di missione interculturale».
Con molta onestà p. Weber ha posto sul tappeto un’altra problematica questione: quella degli “obblighi familiari” e delle tante “aspettative culturali”, con la concreta richiesta e, a volte, anche di vera e propria sollecitazione alla comunità «di aiuti finanziari per necessità familiari, di viaggi frequenti per far visita ai parenti, di tempo trascorso per comunicare (attraverso Skype, WhatsApp, ecc.) con la famiglia». Sia a livello comunitario che provinciale e anche generale «abbiamo trovato difficili queste discussioni; cercare adeguate linee di condotta è perfino più difficile ancora!».
Mai come in un contesto del genere, i formatori vocazionali «devono avere a loro volta una buona formazione, che dia loro un'adeguata coscienza di sé, capacità di accompagnare i giovani, e competenza interculturale». Meglio ancora se hanno saputo integrare nella propria vita e nella propria identità personale esperienze di vita e di lavoro in contesti diversi da quelli del proprio paese. L’ideale sarebbe quello di una équipe di formatori interculturali in una comunità di formazione interculturale. In questo modo sarebbe più facile discernere se una persona ha le attitudini, la capacità intellettuale, la spiritualità, o le capacità necessarie per la vita e la missione interculturale.
Il discernimento vocazionale in queste comunità è talmente delicato che p. Weber, concludendo il suo intervento, sente la necessità di chiarire ancora meglio le numerose e serie sfide in questo campo. Non c’è da sorprendersi, dice, se in questo campo “incontriamo molte difficoltà”. Fattori culturali, sociali, economici, ed altri della vita di un candidato rendono tutt’altro che semplice il discernimento dei candidati alla vita consacrata. Certe culture gerarchicamente molto connotate possono facilmente «dare un'immagine distorta della vita consacrata, vedendola come mezzo per raggiungere uno stato elevato, potere e importanza». La pressione familiare a diventare un religioso, in alcune culture, «può essere molto forte». E’ anc«ora più problematica «in candidati di culture tradizionali in cui la devozione e il riguardo filiale verso le aspettative dei genitori sono particolarmente forti e perfino determinanti per l'identità vocazionale di una persona». Non mancano casi di figli destinati dai genitori alla vita consacrata prima ancora della loro nascita. Quasi non bastasse la pressione della famiglia, a volte si sovrappone anche quella parrocchiale e comunitaria di provenienza del candidato. Può anche succedere che una volta che il candidato viene accettato ed entra in formazione, «il discernimento si fermi». Non mancano casi in cui sarebbe perfino “vergognoso” l’abbandono della formazione, considerato il fatto che la famiglia si aspetta che il candidato “perseveri”. Perfino tra i formatori e i superiori vi può essere «la sensazione che una volta che uno è entrato nel processo di formazione, abbia “la vocazione” da salvare e proteggere a tutti i costi», e questo nonostante i tanti fattori che invece imporrebbero un serio ripensamento al riguardo. Il pericolo, in questi casi, è che «il desiderio di tenere qualcuno nella congregazione possa in effetti impedire il discernimento continuo per tutta la durata della formazione».
Un’altra sempre più preoccupante sfida è quella derivante dall’uso improprio delle varie tecnologie informatiche. E’ possibile che un candidato sia talmente collegato alla famiglia e alla sua cultura domestica e nazionale «da essere incapace di interagire profondamente con quelli della sua comunità o con la cultura che lo circonda, rendendo difficile un vero discernimento di una vocazione interculturale». Succede così il paradosso che un candidato alla vita consacrata, per quanto presente fisicamente in una cultura diversa dalla propria o in una comunità multiculturale, «rimanga poi di fatto isolato nel suo mondo culturale attraverso il ciberspazio, senza affrontare mai la difficile esperienza della conversione all'interculturalità».
Ma allora, si chiede il relatore al termine della sua lunga esposizione, «esistono delle comunità veramente interculturali?». Esistono sicuramente, risponde, «ovunque le persone sono intenzionate a vivere come una comunità unita nelle loro differenze e veramente rispettose dell'altro». Non si azzarda a precisare quante siano, anche solo approssimativamente, queste comunità. Aggiunge solo che potrebbero essercene “molte di più”, se le persone credessero che vivere culturalmente «non è solo desiderabile ma anche veramente possibile».

Tratto da USG – 25 maggio, Assemblea dei Superiori generali

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