Un minuto per te - Opera don Guanella

Che contentezza! Io vedo il Signore! Che bellezza di Paradiso!

Questa è una frase della Beata suor Chiara Bosatta, figlia spirituale di don Luigi Guanella, morta a 28 anni nella dedizione ai più poveri della prima casa aperta da don Guanella a Como nel 1886. Oggi ricordiamo l’anniversario della sua nascita al cielo.

Viscere di misericordia

Il significato del termine "Misericordia".
Sono come due registri musicali che vorremmo incrociare in contrappunto: da un lato c’è il tema della famiglia che ci ha accompagnato tutto lo scorso anno, anche sulla scia del Sinodo dei vescovi. D’altro lato, dall’8 dicembre si è avviato l’Anno Santo straordinario della misericordia.

Ebbene, cercheremo – attraverso quel “grande codice” della nostra fede e della cultura occidentale che è la Bibbia – di illustrare queste due realtà intrecciandole tra loro, cioè scoprendo la presenza della misericordia all’interno della famiglia. Possiamo partire dallo stesso vocabolario. Infatti, la parola biblica primaria che nella Bibbia definisce l’atteggiamento misericordioso è desunta dalla matrice stessa della famiglia, cioè la generazione. In ebraico si tratta di una radice verbale, rhm, che dà origine al vocabolo rehem/rahamîm, cioè le “viscere”, il grembo materno, ma anche l’istinto paterno per il figlio.

Il vocabolo è applicato a Dio stesso, senza nessun imbarazzo, come possiamo vedere in due dei tanti possibili passi da citare. «Come un padre prova amore (rhm) per i suoi figli, così il Signore prova amore (rhm) per quelli che lo temono [cioè, credono in lui]» (Salmo 103,13). Oppure: «Si dimentica forse una mamma del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Isaia 49,15).

Essere misericordiosi equivale, allora, a essere presi “fin nelle viscere”, con un amore profondo, intimo, spontaneo e assoluto fino a raggiungere il culmine descritto da Gesù nell’ultima cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Giovanni 15,13).

È curioso notare che tutte le 114 “sure” (o capitoli) del Corano – tranne la nona, frutto forse di un frazionamento – iniziano con due aggettivi basati sulla stessa radice rhm presente anche in arabo: «Nel nome di Dio misericorde (al-rahman) e misericordioso (al-rahîm)». Questo termine simbolico, tradotto in greco, appare anche nel Nuovo Testamento, ed è il verbo splanchnízesthai. Gesù ha il cuore attanagliato da questo sentimento quando incontra i sofferenti. Come quando s’imbatte nel funerale di un figlio unico di una vedova del villaggio di Nain (Luca 7,13).

L’esperienza si ripropone quando egli vede davanti a sé la folla affamata che lo ha seguito e ascoltato: «Provo commozione (splanchnízomai) per questa folla che mi segue da tre giorni senza mangiare» (Marco 8,3). La stessa emozione Gesù la prova davanti ai due ciechi di Gerico (Matteo 20,34), o con un lebbroso (Marco 1,41).

Questa misericordia “viscerale” deve essere vissuta anche dal cristiano: è necessario imitare il buon Samaritano che ha una reazione di tenerezza nei confronti del ferito abbandonato dai banditi sul ciglio della strada (Luca 10,33). Ma la storia familiare più bella è quella narrata da Gesù nella parabola del “figlio prodigo” ove il verbo splanchnízomai definisce il commuoversi del padre quando vede all’orizzonte il figlio fuggito da casa che torna.

                                                                                                                                                                   

  Cardinal Gianfranco Ravasi

Appoggiati alla destra di Gesù e grida: Padre! Padre!

I primi passi di Papa Francesco sembrano avere come leit motiv l’amore, la tenerezza, la misericordia, la bontà del Padre celeste, Dio. Quasi in ogni suo intervento ce lo ricorda con calore e convinzione. Era anche una certezza di San Luigi Guanella, direi, la sua convinzione spirituale più forte, interiore, sperimentata nella sua stessa vita, nei molti passi difficile e sofferti affrontati.

Testimoniate la bellezza della fede e tanti l’abbracceranno!

È un frase di San Luigi Guanella che ci mette in sintonia con il tempo di Pasqua che stiamo vivendo. A che cosa è chiamata, anche oggi, la chiesa?  A dire con l’eloquenza della vita che Cristo è davvero risorto e vive in mezzo a noi. La liturgia ci ha detto ripetutamente in questi giorni: “E di queste cose voi siete testimoni!”.

L'amore mariano di don Guanella

Ogni santo ha un riferimento forte e profopndo alla Vergine Maria. Don Guanella ha vissuto un triplice amore mariano: all'Immacolata diLourdes, alla Madonna del lavoro, alla Madonna Madre della Divina Provvidenza. Don Attilio Beria, studioso di don Guanella, afferma che "L'Immacolata è stato il primo amore del Fondatore". Nella sua età giovanile, quella del discernimento e della impostazione della propria vita, il riferimento mariano è stato alla Vergine Immacolata di Lourdes. Aveva infatti 12 anni quando il Papa Pio IX ha proclamato come dogma di fede il mistero dell'Immacolato concepimento di Maria.Vivere senza peccato è certamente l'ideale più alto, più bello e più nobile per un giovane che si orienta al Sacerdozio e alla Vita consacrata.

L’uomo fa ciò che impara ad amare

Ecco una seconda frase del ricco patrimonio spirituale pedagogico di San Luigi Guanella.
Quanta sapienza e verità ci sono in queste parole! Solo quello che amo sono disponibile a viverlo per e con amore, interesse, partecipazione, anche dono di me stesso. Ciò che non apprezzo, non mi coinvolge e se lo faccio, lo faccio senza convinzione, forse per obbedienza, per far piacere a qualcuno, ma non con il cuore.

L'amore alla Madonna del lavoro

Il secondo amore mariano di don Luigi Guanella è invece per la Madonna del lavoro. È la devozione che orienta la sua attività di fondatore. Alla Madonna del lavoro, don Luigi, dedica la chiesa di Nuova Olonio San Salvatore, una delle sue conquiste pedagogiche e riabilitative.

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