Un minuto per te - Opera don Guanella

Il Perdono

Il perdono, a volte tanto difficile da concedere, è una delle opere più belle che impreziosisce l'animo umano. Nella preghiera del Padre Nostro chiediamo al Signore di rimetterci i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
Don Guanella scriveva: "Quando potrai di cuore offrirti in favore di quelli che ti perseguitano? Questo ultimo solo è segno di cuore ottimo". Che il cuore di Don Guanella fosse a questo livello di perfezione è testimoniato da tante persone che lo hanno conosciuto. Egli di avversari ne ebbe molti: alcuni di buona fede ma anche alcuni mossi da cattiveria. Con loro fu sempre magnanimo, non solo nel perdonare e dimenticare, ma anche nel ripagare, con il bene, il male ricevuto e coprendolo con il velo del perdono. Qualche volta è capitato che, con grande meraviglia dei confratelli, invitasse anche a pranzo chi gli aveva fatto del male. Fu visto avvicinarsi con tutta cordialità a persone che l'avevano avversato per lunga serie di anni. Parlò e scrisse con grande stima di taluni, che l'avevano contraddetto e ostacolato nelle sue intenzioni e nelle sue imprese. Rispettava sempre la rettitudine degli intenti anche quando apparivano malevoli.
Tutto ciò può apparire difetto di troppa indulgenza se non di buonismo; invece non era altro che la manifestazione coerente del suo cuore misericordioso.
Don Guanella era discreto e opportuno nel correggere, prudentissimo nell'accusare, generoso nel compatire. (Tratto da "Un cuore misericordioso - Tito Credaro")

L'amore alla Madonna del lavoro

Un amore particolare di don Luigi Guanella è per la Madonna del lavoro. È la devozione che orienta la sua attività di fondatore. Alla Madonna del lavoro, don Luigi, dedica la Casa di Nuova Olonio San Salvatore, una delle sue conquiste pedagogiche e riabilitative.
In quella zona paludosa era riuscito, coinvolgendo anche un gruppo di suoi disabili, a portare la bonifica del terreno e a ricostruire l’antico paese di Olonio.  Era per lui un orgoglio aver dimostrato che nessuno è così incapace e sprovveduto da non portare alcun aiuto e soccorso agli altri. Fin dagli inizi del suo apostolato aveva, in sintonia con San Benedetto, coniato il suo motto: Oremus et laboremus.
Aveva appreso questa devozione forse dall’ingegner Sartirana e dal congresso di Amiens nel 1894 che aveva tanto raccomandato la devozione a “Notre Dame du Travail”.
Don Guanella intendeva così mettere sotto il manto di Maria le ansie, le speranze, i dolori e le attese, i lutti e i contrasti come i benefici e le gioie che dal lavoro l’uomo può ricevere: benessere attraverso il sacrificio.
Era sua intenzione tutta particolare affidare a questa Madre i più deboli, i più esposti alla sopraffazione, i più incapaci di competere in questa dura e spesso violenta lotta per la vita. Al riguardo scriveva: “Lavoriamo, ma credendo in Dio, sperando in una vita futura, amando il prossimo nostro per amare il Signore. E la Vergine Santa alimenti in noi quelle virtù che, rendendoci operosi, ci faranno utili e buoni” (LDP, 1906).

Viscere di misericordia

Il significato del termine "Misericordia".
Sono come due registri musicali che vorremmo incrociare in contrappunto: da un lato c’è il tema della famiglia che ci ha accompagnato tutto lo scorso anno, anche sulla scia del Sinodo dei vescovi. D’altro lato, dall’8 dicembre si è avviato l’Anno Santo straordinario della misericordia.

Ebbene, cercheremo – attraverso quel “grande codice” della nostra fede e della cultura occidentale che è la Bibbia – di illustrare queste due realtà intrecciandole tra loro, cioè scoprendo la presenza della misericordia all’interno della famiglia. Possiamo partire dallo stesso vocabolario. Infatti, la parola biblica primaria che nella Bibbia definisce l’atteggiamento misericordioso è desunta dalla matrice stessa della famiglia, cioè la generazione. In ebraico si tratta di una radice verbale, rhm, che dà origine al vocabolo rehem/rahamîm, cioè le “viscere”, il grembo materno, ma anche l’istinto paterno per il figlio.

Il vocabolo è applicato a Dio stesso, senza nessun imbarazzo, come possiamo vedere in due dei tanti possibili passi da citare. «Come un padre prova amore (rhm) per i suoi figli, così il Signore prova amore (rhm) per quelli che lo temono [cioè, credono in lui]» (Salmo 103,13). Oppure: «Si dimentica forse una mamma del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro ti dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Isaia 49,15).

Essere misericordiosi equivale, allora, a essere presi “fin nelle viscere”, con un amore profondo, intimo, spontaneo e assoluto fino a raggiungere il culmine descritto da Gesù nell’ultima cena: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Giovanni 15,13).

È curioso notare che tutte le 114 “sure” (o capitoli) del Corano – tranne la nona, frutto forse di un frazionamento – iniziano con due aggettivi basati sulla stessa radice rhm presente anche in arabo: «Nel nome di Dio misericorde (al-rahman) e misericordioso (al-rahîm)». Questo termine simbolico, tradotto in greco, appare anche nel Nuovo Testamento, ed è il verbo splanchnízesthai. Gesù ha il cuore attanagliato da questo sentimento quando incontra i sofferenti. Come quando s’imbatte nel funerale di un figlio unico di una vedova del villaggio di Nain (Luca 7,13).

L’esperienza si ripropone quando egli vede davanti a sé la folla affamata che lo ha seguito e ascoltato: «Provo commozione (splanchnízomai) per questa folla che mi segue da tre giorni senza mangiare» (Marco 8,3). La stessa emozione Gesù la prova davanti ai due ciechi di Gerico (Matteo 20,34), o con un lebbroso (Marco 1,41).

Questa misericordia “viscerale” deve essere vissuta anche dal cristiano: è necessario imitare il buon Samaritano che ha una reazione di tenerezza nei confronti del ferito abbandonato dai banditi sul ciglio della strada (Luca 10,33). Ma la storia familiare più bella è quella narrata da Gesù nella parabola del “figlio prodigo” ove il verbo splanchnízomai definisce il commuoversi del padre quando vede all’orizzonte il figlio fuggito da casa che torna.

                                                                                                                                                                   

  Cardinal Gianfranco Ravasi

L'amore mariano di don Guanella

Ogni santo ha un riferimento forte e profondo alla Vergine Maria. Don Guanella ha vissuto un triplice amore mariano: all'Immacolata di Lourdes, alla Madonna Madre della Divina Provvidenza e alla Madonna del lavoro. Don Attilio Beria, studioso di don Guanella, afferma che "L'Immacolata è stato il primo amore del Fondatore".
Nella sua età giovanile, quella del discernimento e della impostazione della propria vita, il riferimento mariano è stato alla Vergine Immacolata di Lourdes. Aveva infatti 12 anni quando il Papa Pio IX ha proclamato come dogma di fede il mistero dell'Immacolato concepimento di Maria. Vivere senza peccato è certamente l'ideale più alto, più bello e più nobile per un giovane che si orienta al Sacerdozio e alla Vita consacrata. Ed è certamente per questo motivo che in questa tappa particolare della sua vita, don Guanella, ha guardato alla Immacolata, con occhi attenti e appassionati del giovane che ricerca il bello e il giusto. Conservava l'immagine della Immacolata nel suo portafogli per averla modello e riferimento continuo per ogni situazione della sua vita, come conforto e sprone nella quotidiana battaglia contro il male e come esempio riuscito di possibile vittoria sulla tentazione e debolezza della propria carne.
Don Guanella, offre a tutti noi l’esempio della sua esperienza spirituale che renderà anche il nostro cammino, come il suo, più sereno e fruttuoso.

Testimoniate la bellezza della fede e tanti l’abbracceranno!

È un frase di San Luigi Guanella che ci mette in sintonia con il tempo di Pasqua che stiamo vivendo. A che cosa è chiamata, anche oggi, la chiesa?  A dire con l’eloquenza della vita che Cristo è davvero risorto e vive in mezzo a noi. La liturgia ci ha detto ripetutamente in questi giorni: “E di queste cose voi siete testimoni!”.

Luigi Guanella con il Papa per la Chiesa

Don Guanella è stato uno dei sacerdoti che movendosi attorno a grandi papi ha contribuito con la sua azione e con l'esempio a cambiare il volto della Chiesa del suo tempo, tenendosi sempre stretto ad essi come germoglio al tronco rigoglioso. Don Luigi li ha sostenuti in ogni avversità, difendendoli, sposandone in pieno le aspettative e i progetti; così appoggiò l'azione "politica" di Pio IX, l'impegno sociale di Leone XIII, la preoccupazione pastorale di Pio X, gli interventi di Benedetto XV volti a riportare la pace e l'ordine internazionale sconvolti dalla prima guerra mondiale.
Tanti aneddoti si possono raccontare sui rapporti talvolta familiari tra don Luigi e i papi. Uno per tutti:
Inauguratosi il Ricovero Pio X a San Pancrazio, don Guanella, il 10 febbraio 1907, si recò ai piedi del Santo Padre, coi principali suoi cooperatori, con a capo il commendatore Giuseppe Canevelli, consigliere di Stato. Dopo che ebbe parlato una signora, mostrando il bene che si faceva ai poveri deficienti nelle case di don Guanella, Sua Santità, facendo atto di assentimento, esclamò: "Questo è il vero metodo di educazione. Questa è la rigenerazione che l'uomo compie per mezzo della carità quando le persone disabili si vedono trattate non con la verga ma con dolcezza evangelica."
Poi chiese a don Guanella il numero delle sue Case; sentito che erano oltre trenta i ricoveri e venti tra asili e ospedali, domandò: "E i denari? Voi siete un gran ricco, perché la Provvidenza vi aiuta largamente!".
Di seguito riportiamo una bella pagina che ci fa conoscere come don Guanella considerava il Papa e la sua missione nel mondo.

“Eccoci dinanzi una mirabile scena; è sì bella come un’anticamera di paradiso. Il sole che splende nel cielo e il pontefice del Signore che illumina il mondo. Il sole è astro materiale nel quale si distinguono un colore, un calore, uno splendore. Il pontefice è astro morale nel quale a meraviglia si distinguono le tre potenze dell’anima: intelletto, memoria e volontà. Il sole materiale è astro massimo che s’aggira su se stesso in cammino di rotazione e di rivoluzione e il pontefice, astro morale nel mondo, è autorità massima nella società degli uomini come il sole nel firmamento. Il sole è la vita della terra e il pontefice è la vita della società. Il sole ci è carissimo, ma non conosciamo completamente la sua natura. Oltremodo caro ci è il pontefice, benché gli occhi umani ne scorgano a stento la dignità sublime. Il sole dardeggiando su quella gocciolina nel cavo d’una foglia vi descrive i sette colori dell’iride. E il pontefice fa scender dall’alto un raggio di divina grazia che sulla terra fa apparire sette regali virtù, le quattro cardinali e le tre teologali, e in cuor del cristiano sette doni celestiali, i sette carismi dello Spirito Santo.
Il pontefice è grande ed io sono minimo, ma ugualmente io gli posso essere figlio diletto, come egli mi è padre amantissimo! Io sono ben guardato dal pontefice come dal sole che mi circonda. io sono felice.


(L. Guanella, Le glorie del pontificato, 1887)

L’uomo fa ciò che impara ad amare

Ecco una seconda frase del ricco patrimonio spirituale pedagogico di San Luigi Guanella.
Quanta sapienza e verità ci sono in queste parole! Solo quello che amo sono disponibile a viverlo per e con amore, interesse, partecipazione, anche dono di me stesso. Ciò che non apprezzo, non mi coinvolge e se lo faccio, lo faccio senza convinzione, forse per obbedienza, per far piacere a qualcuno, ma non con il cuore.

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